Il nostro mare interno

Guido Lenzi di 22 Giugno 2020

La credibilità dell’Europa quale protagonista, o quanto meno interlocutore, della vita internazionale, dipende necessariamente dal suo comportamento nel più immediato vicinato. In quel Mediterraneo che ha perso la sua millenaria natura di crocevia e crogiuolo di civiltà.

Una devastazione della quale non abbiamo ancora preso piena consapevolezza. Non che siano storicamente mancati i conflitti, che hanno però sempre finito col generare commistione e convivenza. Algeri, Alessandria, Istanbul hanno perso il loro carattere di città cosmopolite, etnicamente eterogenee, fondaci di merci e idee in un mare interno rimasto per secoli comune, ‘nostro’ per tutte le popolazioni rivierasche.

Un patrimonio disperso, prima da una decolonizzazione affrettata, scriteriata, radicalizzata dalla Guerra fredda; sfociata nella contrapposizione di nazionalismi in contraddizione con il dichiarato, indispensabile, panarabismo; vulnerato oggi dall’assertività di Turchia e Russia. Un’involuzione che continua ad emarginare il Mondo arabo dalla comunità degli Stati, incitando, nei nostri dirimpettai arabi, il fondamentalismo religioso, l’aperto conflitto fra sunniti e sciiti, la contrapposizione strategica fra Arabia Saudita e Iran, l’ostracismo religioso, che contribuiscono a determinare una generalizzata pulizia etnica, deliberata o indotta dalle circostanze. In una progressione diventata inesorabile, dall’Algeria nel 1962 alla Libia nel 1969, al Libano degli anni Ottanta, all’odierna Siria, persino in Turchia.

Si può pertanto sostenere che la tutela delle minoranze è diventata la cartina di tornasole dello stato di salute degli Stati della regione. La nazione, diceva Renan, è il voler vivere insieme; non può tornare a diventare il “Blut und Boden”, sangue e suolo, di stampo nazista. L’assistere indifferenti ad una tale disgregazione nel nostro immediato vicinato ridurrebbe l’integrazione europea ad un campo recintato, invece che uno stimolo alla coabitazione regionale e internazionale.

Priva com’è di operatività militare e di consolidata credibilità politica, la politica estera europea, in fieri, non può che puntare sulla superiore autorità delle Nazioni Unite, dalle quali però Russia e Turchia palesemente prescindono, e nelle quali gli stessi paesi arabi sono assenti. Lasciando di conseguenza la regione alle iniziative episodiche di questo o quel membro dell’Unione. Non dell’Italia, che pretende, invoca, ma non partecipa.

La Siria che, come il Libano, era la testimonianza dell’antico Medioriente multietnico e multi-religioso, andrebbe districata dalle mire convergenti ma differenziate di Russia, Turchia e Iran. La Libia, storicamente divisa fra Tripolitania e Cirenaica, soggetta alla divisione dei compiti fra Mosca e Ankara, non può essere ricomposta che con l’intervento dell’intera comunità internazionale, delle Nazioni Unite appunto. Altrettanto dicasi dei Balcani, frammentati in un persistente, precario, stato di tregua. Ma non basta. Cipro rimane divisa fra greci e turchi. 

Il fatto è che, in un ambiente talmente frazionato, la ‘politica di vicinato’ sbandierata dall’Unione europea, impostata sul ‘more for more’, ovverosia sulla disponibilità a corrispondere ad esigenze espresse solidalmente dai paesi arabi, oltre che su riforme interne adatte ad attrarre investimenti esteri, non può competere efficacemente con il comportamento meno scrupoloso degli altri contendenti. 

I tentativi degli interventi detti ‘umanitari’, non di imporre una volontà esterna, bensì di rimediare alle situazioni nazionali che compromettono la stabilità regionale, dall’Irak alla Libia, non hanno prodotto i risultati previsti a causa dell’indisponibilità dell’intera comunità internazionale a concorrervi. Puntuali, differenziati ma convergenti, dovrebbero diventare gli interventi in Libia, in Siria. Con maggior attenzione alla situazione precaria in Algeria, alla posizione strategica dell’Egitto, al comportamento della Turchia.

Nel Mediterraneo, stabilità e prosperità vanno ristabilite soprattutto sviluppando rapporti di interscambio, collaborativi invece che competitivi, che stabiliscano cointeressenze e comuni denominatori, atti a ricostituire l’antica commistione etnico-religiosa fra i popoli rivieraschi, che Socrate definiva ‘rane attorno a uno stagno’.

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