Presupposti e limiti del mercato

Flavio Felice di 19 Giugno 2020

Enzo Di Nuoscio, Flavio Felice

“Politicainsieme.com”

Una settimana fa, giovedì 11 giugno, introducendo questa breve serie di articoli dedicata all’Economia Sociale di Mercato, nel contesto del processo di unificazione europea, affermammo che il nucleo principale del “programma di ricerca” su cui lavorarono, sin dagli anni ’30 del secolo scorso, intellettuali come W. Eucken, F. Böhm, H. Grossmann-Dört, C. Dietz, A. Lampe, che videro nell’abominio totalitario infrangersi dell’ideale umanistico liberale e cristiano della Civitas Humana, può essere sintetizzato nei seguenti tre punti: a) Il mercato è il più potente dispositivo di problem-solving; b) L’economia di mercato ha bisogno di una cornice giuridica ed etica per non degenerare; c) Garantire una solidarietà liberale attraverso una politica della concorrenza e il reddito minimo garantito. Questa settimana, dopo aver sintetizzato i caratteri salienti del primo punto, avendo sempre come riferimento il volume antologico Moneta, sviluppo e democrazia. Saggi su economia sociale di mercato teoria monetaria, a cura di Francesco Forte, Flavio Felice e Enzo Di Nuoscio (Rubbettino, 2020), accenneremo alle ragioni che stanno a fondamento del secondo punto.

b) L’economia di mercato ha bisogno di una cornice giuridica ed etica per non degenerare. L’altra faccia dell’economia di mercato deve essere uno Stato “autorevole e imparziale”, “forte” ma “non affaccendato” (Röpke), “custode dell’ordinamento concorrenziale” (Eucken), in grado di imporre un “ordine costituzionale” fatto di regole e autorità indipendenti, che delimitino lo spazio entro cui il mercato possa dispiegare la propria capacità di autoregolazione. E tuttavia questo “interventismo liberale”, come non esita a chiamarlo A. Rüstow, è ben diverso da quello dei pianificatori, in quanto rispetta quattro inderogabili principi: a) prescrive le “regole del gioco economico” e non i “processi”, cioè i comportamenti dei singoli attori; b) attua “interventi di adeguamento” della concorrenza, rispetto a principi di solidarietà, e non di mera “conservazione” delle forme storiche che di volta in volta assume il capitalismo; c) pone in essere solo “interventi conformi” all’economia di mercato, evitando misure “non conformi”, come ad esempio lo stravolgimento dei sistema dei prezzi, che «finirebbero per trasferire all’autorità quella funzione disciplinatrice prima esercitata dal mercato»; d) si attiene al principio di sussidiarietà, rispettando l’autonomia degli individui e degli altri “corpi intermedi” pubblici e privati.

Ma le leggi e le istituzioni da sole non bastano a difendere l’economia di mercato dalle degenerazioni del “capitalismo storico”. Occorre anche un quadro di valori condivisi che impedisca all’interesse personale di stravolgere le dinamiche concorrenziali e di violare i diritti fondamentali della persona umana. “Il mondo razionale dell’economia, spiega Röpke in un saggio significativamente intitolato Al di là della domanda e dell’offerta, utilizza riserve morali che lo fanno, a seconda dei casi, stare in piedi o crollare, e che sono più importanti di tutte le leggi economiche e di tutti i principi di una economia nazionale. Il mercato, la concorrenza e il gioco della domanda e dell’offerta non producono tali riserve; al contrario, le consumano e le esauriscono, e devono andare a cercarle in aree situate al di là del mercato. Nessun manuale di economia le può sostituire. Infatti, l’autodisciplina, il senso di giustizia, l’onesta, l’equità, la cortesia, l’equilibrio, il senso di comunità, il rispetto per la dignità altrui e delle norme morali stabilite, sono tutte cose che le persone devono già avere quando entrano sul mercato. Di conseguenza, «il vero fondamento dell’economia di mercato deve essere di natura morale e quindi lo si deve cercare fuori dal mercato e dalla concorrenza, che sono lontani dal poterlo creare». Si tratta di qualità che, pur con molti limiti, si sono storicamente affermate nell’Europa cristiana, le quali non possono essere create per decreto e alla cui affermazione, tuttavia, lo Stato può contribuire se non altro difendendo le libertà individuali e l’autonomia dei “corpi intermedi” e promuovendo una politica solidale che eviti le lacerazioni e eccessive diseguaglianze sociali.

Röpke in Germania, ma anche Luigi Sturzo e Luigi Einaudi in Italia, delinea un profilo culturale in forza del quale le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in un vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. In questa prospettiva, gli autori poc’anzi citati, sembrerebbero centrare uno dei perni teorici intorno ai quali muove l’Economia Sociale di Mercato, ossia l’affermazione che una sana e dinamica economia di mercato è sempre condizionata ad un ordine giuridico che la regola e ad istituzioni sociali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi, che interagiscono con essa e la influenzano, essendone esse stesse influenzate.

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