Avete mai assistito a un’alba sulle montagne?

Fabio Andina di 17 Giugno 2020

Fermo, hai sentito, mi fa. Cosa, dico. Fermo, li abbiamo attorno. Ah, sì. Saranno i cinghiali. Alza la luce.

Commutiamo le lampade frontali dalla luce rossa a quella bianca e li vediamo. Qui a sinistra, a pochi passi, uno è fermo e ci guarda. Ce ne sono altri sei o sette a destra, giovani e adulti. Uno ci taglia il sentiero, due sbucano da dietro e salgono. Gli altri seguono tra gli alberi del bosco.

Li guardiamo finché il fascio di luce l’illumina, poi sentiamo solamente i loro passi sulla neve gelata, infine torna il silenzio. Rimettiamo le frontali sul rosso per non disturbare, come segno di rispetto al buio tutt’attorno.

Proseguiamo. I castagni lasciano il posto ai faggi, attraversiamo un boschetto di betulle: piante spoglie che salgono nere verso la buia e gelida notte. Da ultimo, c’immergiamo nella pineta.

Eravamo partiti alle cinque dai posteggi del paese. Il termometro della macchina segnava meno sei. Tirava vento, le stelle brillavano nel cielo senza luna. In gennaio, il sole sorge alle otto e noi facevamo conto di essere in vetta per le sette. Un dislivello di mille metri.

Seguiamo il breve cono di luce rossa e guardiamo il vapore denso uscire dalle nostre bocche per lo sforzo di zaini pesanti, il sentiero di sassi e ghiaccio e l’ignoto oltre. Quando vogliamo dirci qualcosa bisbigliamo, come per non svegliare qualcuno che dorme nella stanza accanto.

Usciti dal bosco di abeti, il vento freddo ci prende a schiaffi la faccia, minuscoli cristalli di ghiaccio come punture di spillo nella pelle. Non ci sono più le piante a protezione, solamente la montagna spoglia. La vetta si staglia sopra di noi, un ritaglio d’origami di foglio nero appeso al crepuscolo che avanza. Sale brusca e snella, così bella che è un peccato che finisca.

Ora ci parliamo come si fa quando in casa si sono svegliati tutti. Vediamo i solchi di qualcuno che è salito dopo la nevicata dell’altro ieri. Le impronte profonde, i fori dei bastoncini. Camminiamo a lato del sentiero. La neve gelata scricchiola sotto i nostri scarponi e ci tiene in superficie.

Alcuni giorni fa gli avevo proposto di salire in cima alla montagna per fotografare l’alba. A che ora è che si parte, mi aveva chiesto. Quando gli avevo risposto che sarei passato a prenderlo alle quattro e mezza, mi aveva risposto eeh, ti faccio sapere. Dai dai, gli avevo detto. Sono quelle cose che si devono fare, uscire un poco dalla comfort zone. Dai, la macchina fotografica ce l’hai, porta il cavalletto. Vedrai che poi sarai soddisfatto.

Piazziamo i cavalletti, puntiamo gli obbiettivi verso est e guardiamo lontano. Come quando getti l’esca nel lago e aspetti la toccata, mi dice. Per alcuni minuti rimaniamo così, con gli occhi fissi sul galleggiante immaginario.

Il sole è ancora lontano. Beviamo qualcosa di caldo dalle thermos. Picchiamo i piedi e battiamo le braccia attorno al corpo per il vento cane che tira. Mangiamo e guardiamo il panorama.

A oriente il cielo inizia a svegliarsi mentre a occidente è ancora immerso in un sonno gelido. Verso valle, individuiamo i paesini appollaiati sui versanti delle montagne. I puntini tremolanti dei lampioni lungo le stradine. Adagiato nel fondovalle, il lago nero manda sbiaditi riflessi di alba alle porte. Oltre, la Pianura Padana soffocata da un pesante manto malsano.

Come il tempo passa, il vento si quieta e i mutamenti cromatici ci catturano. Una mano invisibile continua a dare pennellate nel cielo, sulle creste, nel fondovalle, sul lago e poi ancora nel cielo. Osservo una nuvola che viaggia e s’allunga e si è appena tinta di viola su sfondo grigio. Sposto lo sguardo sui rilievi di una montagna che sta riprendendo forma. Lo riporto sulla nuvola, nel frattempo la mano del pittore le ha donato una sfumatura di miele, sopra, dove il vento la frastaglia.

E infine la cresta orientale si profila di rosso. Mettiamo mano alle macchine fotografiche per un ultimo controllo. Col pulsante del comando a distanza in mano, scattiamo fotografie e osserviamo. Osserviamo il galleggiante che ondeggia, si muove, e all’improvviso scompare secco sott’acqua.

Quando il primo raggio rosso fuoco mi colpisce, le vibrazioni del creato mi salgono su lungo la schiena. È un fremito, è energia primordiale. Ho la pelle d’oca, e non per il freddo becco che fa. Come la luce nascente entra nel mio cervello attraverso gli occhi spalancati, le mie labbra si allungano in un sorriso che sa di beatitudine.

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