La “pace fredda”

Guido Lenzi di 15 Giugno 2020

Il mondo, lasciato a sé stesso, sta andando fuori controllo. Il terrorismo prima, le migrazioni di massa incontrollate poi, e ora il virus ne rappresentano i più evidenti diversi sintomi. La terapia, da difensiva, reattiva, qual è stata sinora, deve pertanto farsi attiva, propositiva, per affrontarne coralmente le cause piuttosto che limitarsi a contenerne disordinatamente le conseguenze, in uno sterile ‘ognun per sé’, in un illusorio ‘si salvi chi può’.

Nell’immediato secondo dopoguerra, Raymond Aron disse che “la guerra è diventata improbabile, e la pace impossibile”. Dopo una prolungata ‘guerra fredda’, ci troviamo in una situazione, non dissimile, di ‘pace fredda’. Riferendosi all’America, dieci anni fa, Kissinger osservò che ‘nessuna generazione ha mai avuto a che fare con più rivoluzioni esplose simultaneamente in diverse parti del mondo”. Individuandole nella trasformazione del sistema europeo, con i suoi riflessi sull’Alleanza atlantica; nell’incidenza dell’Islam radicale sul principio di sovranità nazionale; e nello spostamento del centro di gravità globale dall’Atlantico agli oceani Pacifico e Indiano.

Ne dedusse l’urgente necessità di puntualizzare gli obiettivi da perseguire, di circoscrivere le situazioni che impongono il ricorso ad interventi unilaterali, di definire nuove modalità di esercizio dell’indispensabile leadership occidentale. Un testamento politico che è rimasto nel cassetto, nella fiduciosa attesa dei benefici effetti di un ritorno al ‘laissez-faire’ che la scomparsa dell’Unione sovietica avrebbe dovuto consentire.

Ne è risultato, in Occidente, un accondiscendente relativismo privo di contropartite, che ha snaturato le ragioni del pluralismo internazionale impostato nell’immediato secondo dopoguerra. Una circostanza della quale i suoi antagonisti hanno evidentemente ritenuto di poter approfittare, dando libero sfogo ai loro primari istinti nazionalistici, assertivi invece che collaborativi. I rimedi a tale vicolo cieco dovrebbero seguire una duplice direttrice: l’impegno condiviso di Stati animati dai medesimi intenti di ispirazione ‘occidentale’, accompagnato da un dibattito pubblico informato in merito alle componenti e ripercussioni delle patologie che sono tornate ad affliggere il sistema internazionale.

Allentando, in altre parole, da un lato le rigidità dei tanti ‘sovranismi’ contrapposti e districando, dall’altro, il groviglio di informazioni, vere o artefatte, che dilagano in rete. Che concentrano, ambedue, lo sguardo sull’immediato. Una situazione di stallo indotta dallo stesso venir meno della forza propulsiva degli artefici del sistema internazionale liberale, collaborativo. La defezione dell’America di Trump e del Regno Unito di Johnson sollecita pertanto l’Europa a superare il suo protratto stato confusionale.

Si tratta di recuperare i mitteleuropei rimasti a metà del guado, di coinvolgere i cugini dell’America Latina, di ricomporre un Mediterraneo plurale, di fornire all’Africa un’alternativa alla Cina, di riattivare infine, non riformare, un sistema internazionale rimasto sotto traccia durante la Guerra fredda. In un mondo non più bipolare, globalizzato, l’Alleanza atlantica, organizzazione politica prima che militare, andrebbe ripensata, estesa alle nazioni che nei valori ‘occidentali’ si riconoscono: dall’America Latina all’Australia e Nuova Zelanda, passando per il Giappone, la Corea del Sud, l’India e il Sudest asiatico. Una funzione essenzialmente esortativa, che soltanto l’Unione europea parrebbe in grado di intraprendere, riesumando la vocazione politica che è stata sommersa dall’integrazione economica, ma è pur sempre rimasta in filigrana.

Un compito che riflette lo scopo originario al quale si dedicarono le tre nazioni che la guerra aveva umiliato, e che nella reintegrazione dell’Europa ritennero allora, e dovrebbero continuare a ritenere, di potersi rigenerare. E’ a Francia, Germania e Italia che spetta nuovamente di procedere assieme per restituire al progetto europeo quella “autonomia strategica” che Macron invoca. Che non può consistere in un poco credibile strumento militare da contrapporre ai tre grandi, bensì nel rivendicare il ruolo politico, esortativo, che più le si confà, nel valorizzare il ‘multilateralismo efficace’ iscritto nei documenti fondanti della sua trasformazione da Comunità in Unione. Affermando le virtù delle strutture federali che le sono proprie, da contrapporre agli istinti neo-imperialisti di Russia, Cina, Turchia.

Il prerequisito indispensabile rimane ovviamente quello di dissipare la nebbia che offusca la coscienza di una civiltà, la nostra, basata sul dubbio e l’autocritica; di tornare ad arginare le emozioni popolari con la ragione, o quanto meno un più preciso senso di direzione, ad opera delle rispettive classi dirigenti. Per arginare se non altro la confusione mentale prodotta ad arte o semplicemente dall’eccesso di informazioni.

Compiti impegnativi, fra i quali emerge l’inconsistenza dell’Italia. Perennemente alle prese con la sua propensione al compromesso, a livello nazionale e, di conseguenza, internazionale. Rimasta pertanto troppo a lungo al traino degli altri. Ciò che le impedisce oggi di concorrere, come dovrebbe, ne determinare l’indispensabile Europa di ‘nuova generazione’.
Incapace di affrontare le stratificazioni di una strategia complessiva, politica e programmatica, nella quale collocare gli interessi nazionali, che non è peraltro ancora riuscita ad enucleare. In una visione d’assieme che ci consenta, ad esempio, tanto di esigere la verità su Regeni quanto di riconoscere l’essenziale ruolo geo-politico dell’Egitto; o di avere un occhio di riguardo per la Russia (e la Cina), senza pretenderne in cambio un comportamento internazionale più collaborativo.

Un’afflizione, la nostra, da considerare ‘sanitaria’, al pari di quella del ‘coronavirus’. Tant’è vero che un pneumologo del calibro di Sergio Harari ha diagnosticato “una nazione che deve ritrovare il senso di sé e del proprio futuro… Necessaria è la rifondazione di un paese che fatica a trovare la sua dimensione…Non basterà rimettere assieme i cocci per ricostruire, abbiamo bisogno di lungimiranza e capacità strategiche”.

La ‘fase tre’, lo sappiamo ma non vogliamo ammetterlo, dovrà soprattutto consistere in un ritorno propositivo, non soltanto rivendicativo, nell’alveo europeo, l’unico in grado di accoglierne e valorizzarne le nostre legittime esigenze, non soltanto economiche ma più estesamente politiche.

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