Ripartiamo dalla domesticità collettiva

Maurizio Carta di 3 Giugno 2020

Gli ebrei ortodossi di Brooklyn durante Shabbat devono osservare rigorose prescrizioni religiose: ridurre molto le attività esterne e non possono portare alcun oggetto fuori casa. Nei fatti possono fare essenzialmente attività domestiche. Per superare questo rigido precetto (una quarantena settimanale) senza infrangere la legge ebraica, hanno elaborato una geniale strategia: l’Eruv. Un sottile filo sospeso tra edifici, lampioni, viadotti funge da recinzione rituale e circonda quasi interamente Manhattan estendendo, di fatto, il domicilio privato anche agli spazi pubblici. All’interno dell’area delimitata dal filo ci si trova a tutti gli effetti come dentro casa e quindi si riducono le limitazioni imposte dallo Shabbat. La domesticità viene amplificata all’esterno diventando una “domesticità urbana”.

Ho pensato a questa modalità di estendere la casa anche allo spazio circostante nei giorni di quarantena, dove l’unica possibilità di una vita relazione è stata quella di restare “nei pressi della propria abitazione”, scoprendo, tuttavia, che in quei pressi non c’era più molto da fare. Le nostre città avevano impoverito le funzioni e le attività dei quartieri concentrandole in pochi punti centrali da raggiungere con una costante mobilità frenetica e congestionata. Abbiamo preso le nostre città a misura di quartiere e le abbiamo trasformate in città con un continuo pendolarismo tra un centro (troppo denso) e le tante periferie (troppo fragili).

La sfida per le città post-covid sarà una rielaborazione laica dell’Eruv che consenta di scambiare funzioni tra la nostra domesticità e il quartiere, portandone alcune fuori dagli edifici e altre dentro, arricchendo lo spazio urbano di prossimità con funzioni che consentano di vivere in sicurezza trovando nei pressi dell’abitazione importanti attività per la nostra vita sociale. Una città che torni ai suoi quartieri, recuperando il naturale policentrismo delle città italiane, attraverso la diversità delle sue parti che, smettendo di essere fragili periferie, tornino ad essere luoghi di vita e non solo di abitazioni, colmando il divario educativo, lavorativo, culturale, digitale, dotandosi di micro-presìdi di salute pubblica e di comunità energetiche autosufficienti.

Immagino città fondate su un nuovo concetto di vicinato, uno spazio ibrido tra domestico e collettivo, che riduca la forsennata mobilità centripeta, garantendo la risposta a molti bisogni entro un raggio di 15 minuti a piedi (lo stanno già facendo Parigi, Barcelona, Milano, Bologna).

Servirà quindi estendere lo spazio domestico con una sorta di spazio pneumatico, che si dilati e si restringa a seconda delle necessità. Uno spazio ricco di luoghi intermedi, di spazi pubblici, di giardini che, anche attraverso dispositivi pop-up, possano consentire una vita di relazioni in sicurezza: marciapiedi più larghi per passeggiare, aree vegetali per ampliare gli spazi per l’educazione, il gioco e l’attività fisica, o per nuove modalità di fruizione della cultura e del tempo libero. Dentro questa fascia di vicinato sarà importante distribuire il teatro, il cinema, i musei e le scuole per estenderne la fruizione, proiettare il commercio e la ristorazione sulla strada invece che confinarli dietro le vetrine, riutilizzare edifici dismessi per accogliere funzioni condivise dalle comunità di quartiere.

Questa sorta di fascia osmotica attorno alle abitazioni potrebbe diventare un vero e proprio progetto di città, riempiendosi di orti, di attività produttive e di spazi per una vita relazionale più sicura perché distribuita, più sociale perché più prossima, più sana perché meno inquinante.

Non propongo, certo, una città fatta di tribù recintate, ma un fluido arcipelago di prossimità e centralità differenziate, connesso da una potente rete di parchi e giardini, vie pedonali, ciclovie e strade per auto elettriche a guida assistita, vere e proprie arterie di una mobilità sostenibile alternativa alla riduzione di capienza dei mezzi pubblici e alla esplosione di un inaccettabile ritorno all’automobile, che connettano in sicurezza i quartieri, attraversando parchi e giardini, riutilizzando ferrovie in disuso, persino usando cortili e vicoli.

Delle cospicue risorse finanziarie per la ripresa postpandemica, usiamone una parte per rigenerare le nostre città, per realizzare la loro “domesticità collettiva”, in cui case, uffici, negozi, opifici, spazi pubblici si miscelino entro un perimetro di prossimità che consenta di usufruire di attività che non siano solo individuali ma anche collettive, entro un limite di sicurezza e autosufficienza in caso di futuro (non lo speriamo) pericolo.

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