Alle origini della questione meridionale

Eugenio Di Rienzo di 27 Maggio 2020

Per una storia finanziaria del divario tra Nord e Sud

Nel 1862, veniva pubblicato, a Napoli, l’opuscolo, Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, opera del barone Giacomo Savarese.  Un affermato studioso di economia politica, corrispondente di Gian Pietro Vieusseux, Cosimo Ridolfi, Gino Capponi, Enrico Mayer, che fu ministro dei Lavori pubblici, tra marzo e aprile del 1848, per poi essere nominato Direttore generale delle bonifiche. Nel suo scritto, Savarese, sosteneva, in conformità a un’ampia e inconfutabile documentazione, che il contestatissimo volume di Antonio Scialoja, I Bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi, pubblicato a Torino nel 1857, costituiva una tendenziosa e falsificante descrizione della realtà.

Scialoja, per meri fini propagandistici dettati dal programma politico di Cavour, aveva affermato, infatti, che il sistema fiscale e finanziario del Piemonte, a differenza di quello delle Due Sicilie, rappresentava un combinato disposto equo ed equilibrato e che tale diversità rispecchiava la superiorità del modello di sviluppo sabaudo e l’arretratezza della vita economica e istituzionale del Mezzogiorno. Tale assunto, però, obiettava Savarese, era il frutto di una grossolana mistificazione, costruita manipolando i dati e edulcorando la portata della gravissima crisi finanziaria e della conseguente stretta fiscale che attanagliavano, ormai cronicamente, il Regno di Vittorio Emanuele II, a seguito delle enormi spese belliche dovute ai conflitti del 1848-1849 e al gravoso impegno addossatosi dal piccolo e non certo florido Piemonte con la partecipazione alla Guerra di Crimea.

Secondo Savarese, nel 1860, il debito pubblico delle Due Sicilie ammontava a soltanto 26 milioni di lire contro i 64 milioni di quello subalpino, comprovando che «il principio governativo che ha regolato tutto l’andamento delle nostre finanze, dalla restaurazione della monarchia napoletana che avvenne nel 1734, sino alla sua fine, è stato costantemente quello di non gravare i popoli di nuovi tributi e invece di scemare gli antichi». Sempre Savarese aggiungeva poi che «se, in luglio del 1860, fu pubblicata qui in Napoli la situazione delle nostre finanze dal 1848 al 1859, per la storia delle finanze piemontesi, sebbene colà fosse stato in vigore il regime parlamentare, nondimeno l’assestamento definitivo dei bilanci giunge appena al 1853».

Ne Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, l’economista napoletano sosteneva che esattamente negli anni messi a confronto da Scialoja non esistevano per il Piemonte «né i bilanci definitivi né i conti amministrativi», a dimostrazione che il tanto decantato regime parlamentare sabaudo non assicurava in alcun modo la trasparenza finanziaria. Inoltre, l’analisi, predisposta da Savarese, relativa ai passivi annuali del Regno borbonico e di quello dei Savoia, evidenziava che le finanze delle Due Sicilie, tra 1848 e 1859, avevano registrato il modesto disavanzo di circa 134 milioni, mentre per quelle sabaude, nello stesso arco temporale, il deficit ammontava alla cifra monstre di 369 milioni, con una differenza di ben 234 milioni a sfavore del governo di Torino. Dato, questo, che Savarese utilizzava per riaffermare la tesi secondo la quale la politica fiscale napoletana non era stata vessatoria e predatoria come invece era stata quella piemontese. Nei domini borbonici, infatti, le entrate fiscali derivavano solo dall’imposta fondiaria, dalle dogane, dai dazi di consumo della città di Napoli, da qualche privativa e dall’imposta di registro e bollo, e nella sola Sicilia dalla tassa sul macinato. Del tutto inesistenti, invece, erano i tributi sul commercio, le professioni, le rendite finanziarie e le successioni.

Le indicazioni di Savarese sono state riprese ora da numerosi studiosi (Vittorio Daniele, Paolo Malanima, Stéphanie Collet) che correggono le tradizionali ricostruzioni storiografiche «neosabaudiste», che, soprattutto nell’ambito della Società Napoletana di Storia Patria, rifiutando ogni contraddittorio, continuano a porre l’accento sull’arretratezza del sistema finanziario, creditizio, fiscale borbonico.

In particolare, alcuni studi, dedicati all’unificazione del debito sovrano degli Stati che entrarono a far parte del Regno d’Italia, hanno evidenziato come le obbligazioni emesse dal governo borbonico, che fino al 1876, sulla piazza di Anversa, conservarono l’indicazione della loro origine (Italy-Neapolitan bonds), fossero quelle maggiormente apprezzate sul mercato internazionale. I titoli di credito del Regno delle Due Sicilie pagavano, prima del 1861, i tassi più bassi: il 4,3%, cioè 140 punti base in meno delle emissioni dello Stato pontificio e del Piemonte e addirittura 160 in meno di quelle degli altri Stati italiani.

Il Regno di Napoli, prima dell’integrazione finanziaria, beneficiava, così, del costo del debito più basso in assoluto. Un risultato dovuto alla presenza di una discreta struttura industriale, di un’agricoltura nel complesso fiorente, d’importanti porti commerciali, della garanzia offerta dalle ricche riserve auree degli istituti bancari borbonici, a una bilancia commerciale equilibrata e in alcuni casi favorevole per gli scambi con la maggioranza dei Principati italiani, alla stabilità monetaria, al basso rapporto tra debito e prodotto interno lordo, a una politica di strettissima neutralità sul piano internazionale ma anche a una prudentissima spesa pubblica larga di progetti ma limitata nei risultati per quello che riguardò la modernizzazione infrastrutturale civile e militare. Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati riguardo alla sopravvivenza del nuovo organismo statale impose un premio di rischio comune a tutti i bonds degli antichi Stati della Penisola, che si estese a anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e conseguentemente erano quasi esenti da rischi di deprezzamento sui maggiori centri finanziari europei.

Tutti i profitti dei titoli aggregati a quelli del Regno d’Italia si allinearono molto sopra i tassi precedenti. Gli Italy-Neapolitan bonds lievitarono di 260 punti base che aumentarono a 460 nel 1870, con conseguente vulnus al risparmio dei sottoscrittori meridionali in caso d’immissione sul mercato di questi titoli. Lo spread cominciò lentamente a ripiegare dal 1873, in conseguenza della fiducia dimostrata dai mercati europei sul carattere irreversibile dell’unificazione e soprattutto quando il governo italiano riuscì a ridurre il debito grazie all’entrata a regime del nuovo sistema impositivo in tutte le province del Regno e dopo il successo della manovra di monetizzazione realizzata da Quintino Sella.

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2 Responses to Alle origini della questione meridionale

  1. Luigi Morrone ha detto:

    Il prof. Di Rienzo ha affrontato il problema in un capitolo del libro “L’Europa e la “questione napoletana” (D’Amico Editore, 2016).

  2. Antonio Mura ha detto:

    La guerra di Crimea fu un enorme rischio per il regno di Sardegna, ma si rivelerà un ottimo investimento. Dalla bancarotta al “regno di Italia “. I Savoia si trovarono da sovrani di un regno non loro (la Sardegna appunto ), a sovrani di un regno inventato dalle superpotenze dell’epoca, Francia e Gran Bretagna in primis

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