• Il lato oscuro della globalizzazione

    Il termine “globalizzazione” ha cominciato a diffondersi nella letteratura economica, politica e sociologica dell’Occidente nell’ultimo decennio del secolo scorso. Si intende con esso un processo di estensione globale delle relazioni sociali, tale da coprire l’intero spazio territoriale e demografico del nostro pianeta. Il termine è diventato sempre più importante in concomitanza con l’accelerazione dei fenomeni di integrazione economica e sociale che, secondo alcuni, erano già in atto nel mondo occidentale nel corso della rivoluzione industriale avvenuta fra Settecento e Ottocento.
    Vi è stato anchi chi – per esempio Luciano Gallino – ha proposto una definizione più ristretta, intendendo la globalizzazione come “universalismo del mercato”, accentuando così l’aspetto economico di tale fenomeno. Si può anche non concordare del tutto con Gallino quando sostiene che la globalizzazione è il risultato di un piano che alcuni soggetti collettivi hanno progettato consapevolmente. Sarebbe, in altre parole, l’effetto di politiche decise dalle maggiori potenze e dalle istituzioni internazionali da loro influenzate. Politiche ispirate a criteri come la liberalizzazione dei movimenti di capitale e la deregolamentazione del mercato del lavoro.
    In realtà la globalizzazione è anche il frutto di una visione del mondo assai influente che ha preso piede in Occidente alla fine del secondo conflitto mondiale. Nel 1945 si riteneva che la pace finalmente conseguita, unitamente allo sviluppo scientifico e tecnologico, avrebbe consentito di raggiungere una prosperità economica complessiva – prima inimmaginabile – entro il quadro del libero mercato. La speranza, insomma, era che la dianzi citata prosperità economica sarebbe stata capace di innescare un processo globale di rinnovamento politico, facendo sì che alla fine l’ordinamento liberaldemocratico si estendesse al mondo intero. Senza coercizione, ma in virtù della sola forza di persuasione indotta dal successo pratico.
    La rinnovata prosperità economica avrebbe reso possibile una diffusione del welfare state e della democrazia anche negli angoli più remoti del pianeta, assicurando alle generazioni future l’uguaglianza delle opportunità. Idee simili non erano diffuse soltanto tra gli intellettuali. Molti politici firmatari della Carta delle Nazioni Unite avevano chiaramente in mente questo tipo di scenario un po’ utopico.
    Le cose non sono andate proprio così, e a mio avviso è merito di Giovanni Sartori averlo sottolineato con lucidità in parecchie occasioni. Il decano dei politologi italiani (scomparso nel 2017) iniziò la sua analisi con il problema di come affrontare e ridurre la disoccupazione, soprattutto giovanile, nelle nazioni occidentali. “La disoccupazione nei Paesi diciamo “ricchi” – egli scriveva – diventa una conseguenza inevitabile e facilmente prevedibile (anche se il grosso degli economisti non lo ha previsto) della globalizzazione mal fatta, male o punto meditata, che abbiamo attuato. Nel secondo dopoguerra l’economia si è man mano divisa in due settori: produttivo e finanziario. Il primo si interessa ai beni tangibili; il secondo è di carta (carta moneta, s’intende). E le ultime generazioni di economisti si sono buttati e specializzati nel secondo, che è anche l’economia dei guadagni smisurati, dei soldi facili. Così l’economia di moda fa finta di non vedere che la disoccupazione dell’Occidente è frutto della grandissima differenza dei costi di lavoro tra Paesi benestanti e non”.
    E’ ovvio, prosegue Sartori, che a parità di tecnologia i Paesi a basso o bassissimo costo di lavoro “andranno a disoccupare i Paesi ad alto costo di lavoro. E’ questa è la causa primaria, in fondo, della nostra disoccupazione crescente. Questa legge non è senza eccezioni e per ora non tocca tutti i Paesi di Eurolandia. Ma la linea di tendenza, purtroppo, è questa. E non raccontiamoci la favola che la nostra economia produttiva (di beni) ripartirà in ogni caso. Mi vorrei sbagliare, ma temo di no”.
    A me pare che le sue parole mettano il dito nella piaga. Da un lato è naturale che le aziende si muovano nell’ottica del libero mercato cercando di minimizzare i costi e di massimizzare i profitti. E ciò si può fare, per esempio, delocalizzando le attività produttive in contesti territoriali nei quali il costo del lavoro risulta molto – a volte enormemente – più basso rispetto a quello dei Paesi occidentali.
    Dall’altro, agendo in questo modo, si corrono due rischi di grande portata. Il primo è quello di ridurre, o addirittura smantellare, l’apparato produttivo di nazioni tradizionalmente manifatturiere, facendo prevalere il settore puramente finanziario che non può reggersi da solo.
    Il secondo rischio è ormai diventato, invece, un pericolo reale. La delocalizzazione è infatti uno dei motivi della crescita economica impetuosa di Paesi come, in primo luogo, la Cina, e poi anche India e Brasile, contesti dove al basso costo del lavoro si accompagna il disinteresse pressoché assoluto per le condizioni in cui il lavoro stesso viene effettuato.
    Non mi pare che le implicazioni del problema siano state comprese in Occidente, e in particolare in Italia, in tutta la loro portata. Solo ora, con la pandemia, i nodi vengono al pettine. L’analisi può piacere o meno, e si può concordare con essa in misura maggiore o minore. Tuttavia una riflessione seria e approfondita appare quanto mai necessaria, almeno se si intende contrastare il declino sempre più evidente della nostra capacità produttiva.