• La fine dei ‘melting pot’?

    Terrorismo, migrazioni incontrollate, e ora la pandemia sono i sintomi più evidenti di un sistema internazionale andato fuori controllo. Un sistema che si è finalmente liberalizzato, persino democratizzato, ma che, come ogni democrazia liberale, , va resa partecipativa, disciplinata e gestita, nel sollecitare il contributo convergente per quanto diversificato di ognuno.
    Il tremendo ‘stress test’ che, nel nuovo mondo ‘liquido’, avrebbe dovuto costituire un reagente, tarda invece a produrre gli anticorpi sociali e politici. Invece di generare l’opportuna salutare catarsi, di chiamare a raccolta il genere umano, di evidenziare l’anacronismo dei ‘sovranismi’, di confermare i benefici del multilateralismo iscritto nella Carta delle Nazioni Unite, il virus ha fatto emergere gli istinti primordiali, riesumato gli egoismi nazionali, chiuso le frontiere, in un deleterio quanto irrazionale ‘ognun per sé’. L’incastellatura dei rapporti fra gli Stati si è frammentata, a livello tanto internazionale quanto, conseguentemente, nazionale.
    Persino sul piano interno agli Stati, è infatti ricomparsa l’affermazione delle diverse specificità etniche e religiose, nella disintegrazione dei vari ‘contratti sociali’. La nazione, diceva Renan, consiste nel voler vivere insieme. Un’ovvietà che deve, a maggior ragione, valere per le confederazioni di Stati.
    Pateticamente sterili si dovrebbero dire le pur diffuse ostentazioni di forza unilaterale. Eppure, ovunque, dal Mondo arabo all’India, in Russia, persino in Ungheria e Polonia, gli Stati vanno rivendicando la loro presunta specificità etnica e culturale, le minoranze interne sono discriminate o perseguitate. Sulle due sponde dell’Atlantico, l’istinto integrativo si è disperso. Nell’America nata come esemplare ‘melting pot’, si assiste alla giustapposizione di popolazioni che rivendicano la loro diversità. Nello ‘crogiuolo’ comunitario europeo, la pandemia tarda a resuscitare l’originario progetto politico unitario, unico possibile ‘humus’ per il soddisfacimento delle specifiche esigenze nazionali.
    Un’Europa che dovrà decidersi ad emergere dal suo prolungato stallo. Contrariamente alle indignate affermazioni dei suoi detrattori, ci dovremmo convincere che Bruxelles non è la ‘vecchia signora’ descritta da Papa Francesco, bensì piuttosto di un’adolescente incerta sul da farsi.
    L’Italia, più di altri, invece di pretenderne quel che l’Europa non può dare, deve darsi da fare per incoraggiarla a dar prova della sua raggiunta maturità.