• Il ritorno al futuro, in Europa

    Non sorprende, purtroppo, che, in Italia, la Giornata dell’Europa sia stata commemorata in sordina. Abbiamo altro di cui preoccuparci, attribuendone la responsabilità, appunto, all’Europa. Ci siamo invece ricordati, forse a contrasto, del Piano Marshall. Come se, per una nave che sta perdendo gli ormeggi con l’Europa, l’America fosse l’ultima spiaggia.
    Non di ma di tempesta si tratta, bensì di esasperante bonaccia. Passivamente beati nella rassicurante situazione geo-strategica impostaci dal confronto bipolare, consumatrice invece che artefice di politica estera, l’Europa, unita, che superpotenza non è né si propone di diventare, ha perso persino la cognizione delle ragioni del progetto integrativo continentale.
    Eppure, la pandemia dovrebbe aver risvegliato la consapevolezza della realtà sottostante a tante cose. Paradossalmente, da noi più che altrove, le critiche rivolte a Bruxelles evidenziano l’indispensabilità della solidarietà dei partner comunitari, alimentando peraltro un sentimento che “l’Europa non serve”. E’ come se dall’Europa i tanti populisti e sovranisti pretendessero quel governo sovranazionale che nei loro proclami rifiutano. In un groviglio di contraddizioni il cui effetto concreto è di ostacolare l’operato delle istituzioni di Bruxelles.
    Se l’allargamento istituzionale a Ventotto è stato il compimento della ragione sociale dell’impresa che un manipolo di statisti ha avviato settant’anni anni fa, ne è risultato anche, conseguentemente, la preminenza del sistema intergovernativo su quello comunitario che ha invece gestito l’integrazione economica e monetaria. Nel mondo globalizzato, l’impresa sarà politica o non sarà, organizzata in istituzioni internazionali intrinsecamente intergovernative. Non di prospettiva federale, non di governo sovranazionale, si dovrà necessariamente trattare, ma semmai, come dice Sabino Cassese, di governo ‘ultra-nazionale’, verso il quale i singoli stati siano esortati a convergere.
    Rendendoci conto che l’Europa ha bisogno degli Stati membri tanto quanto questi ultimi hanno bisogno dell’Europa, in un rapporto di reciproco sostegno e stimolo. Le istituzioni europee non possono essere il toccasana delle deficienze degli Stati membri, bensì l’involucro, auspicabilmente il veicolo, delle aspirazioni di ognuno. L’Italia, più degli altri membri dell’Unione, non può fare a meno dell’Europa: lo ha dimostrato concretamente adoperandosi in ogni occasione in cui il progetto si è inceppato, da Messina per i Trattati istitutivi, a Milano rispetto alle impuntature della Gran Bretagna, a Venezia per la Palestina, all’Atto Unico con la Germania per il rilancio del progetto politico.
    Nelle attuali difficili condizioni, la progettata ‘Conferenza sul futuro dell’Europa’, riedizione di quella, naufragata, di quindici anni fa per il varo di una comune Costituzione, tarda a prendere l’avvio. Nel frattempo, nell’insistere sull’urgenza di alcuni programmi comuni, l’Italia dovrà evitare di perdere di vista l’orizzonte ulteriore, ad evitare di lasciare , per distrazione se non deliberatamente, la ‘sedia vuota’ attorno al tavolo degli artefici della necessaria ricomposizione del sistema internazionale.
    Perché non siano il virus pandemico, né quello nazionale, ad impedire ancora una volta all’Europa di tornare al ‘mondo di ieri’.