• IL VUOTO

    All’amico Tocqueville, nel fissare le fondamenta del nascente liberalismo, John Stewart Mill osservò: “tenete molto più di me al passato, soprattutto per il suo lato religioso”. Non diversamente oggi, l’ultracentenario Edgar Morin constata che “la secolarizzazione ha significato non soltanto emancipazione dai valori religiosi, ma anche perdita dei fondamenti, angoscia, dubbio”. Persino di quel dubbio che del liberalismo dovrebbe essere la colonna portante…
    Quel vuoto esistenziale fu dapprima colmato dalle ideologie contrapposte, capitalista (realista) e socialista (utopista), dissoltesi entrambe ora al sole della globalizzazione. La fase ‘post-moderna’ nella quale stiamo galleggiando ha aperto la strada ai populismi; democratici nelle società aperte, autoritari altrove; con la risultante cacofonia, allegramente spontanea da noi, scientificamente organizzata altrove, in termini di disinformazione.
    La crisi sanitaria ha rivelato, se non altro, l’urgenza di ritessere la tela dei rapporti internazionali; in quella ‘solidarietà’ che l’Italia pretende dai suoi partner europei. A livello tanto nazionale quanto internazionale, si tratta di ritrovare il bandolo della matassa, la casella di partenza, l’appropriato rapporto fra autorità e democrazia, libertà e sicurezza, uguaglianza e giustizia distributiva. Di riaffermare il sistema liberale internazionale, retto da un’impalcatura di istituzioni internazionali.
    Un compito che, nel loro stesso sopravvenuto interesse primario, dovrebbe poggiare sulle spalle degli Stati che si pretendono ‘grandi’. Principalmente i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, tre dei quali si dimostrano invece riluttanti ad assumere le responsabilità connesse al loro status, mentre i due europei si sono voltati le spalle. Brasile, India, e Sudafrica, inizialmente associatisi nel BRICS, hanno apparentemente abbandonato ogni velleità.
    Le Organizzazioni internazionali devono recuperare la loro soggettività, in qualità di associazioni fra Stati, dotate di specifiche responsabilità e imputabilità, di proprie caratteristiche di statualità, anche se prive di propri poteri esecutivi. Gli Stati che se ne distanziano ostentatamente andrebbero apertamente denunciati.
    L’Unione europea, unico residuo attore internazionale geneticamente multilaterale, dovrebbe saper cogliere l’occasione offertale di colmare il vuoto determinato dai contrapposti unilateralismi degli altri. Il che ovviamente dipenderà dalla sua capacità di serrare i ranghi, non soltanto in termini di politica economico-finanziaria ma soprattutto in materia di politica estera; il che dovrebbe presentare minori controindicazioni di ordine politico nazionali.
    Nel dimostrarsi quanto meno coesa nel difendere il sistema internazionale liberale, coinvolgente piuttosto che antagonistico, che più le si confà. Nel più che evidente stallo dei rapporti fra i ‘grandi’, fra i quali continua invece a barcamenarsi. Una correzione di rotta alla quale l’Italia, meglio di altri, potrebbe tornare utilmente a manifestarsi.
    Considerando che, come diceva Nitti, il nazionalismo “se in altri paesi è un delitto, da noi è una stupidità”.