• La ‘fase due’?

    Sulle ripercussioni esistenziali del ‘coronavirus’ non c’è molto da dire che non sia già stato ampiamente detto. Rimane da chiedersi se, superata questa tremenda prova, potremo confidare che, diversamente da quel che accadde nel 1919, nel 1945, nel 1989, l’ordine naturale delle cose torni finalmente ad imporsi.
    Per il momento, invece di chiamare a raccolta la comunità internazionale, la pandemia ha riaperto il vaso di Pandora delle polemiche contrapposte, interne e internazionali. Particolarmente in Italia, dove puntualmente, nei momenti cruciali, si riaffaccia il nostro congenito stato confusionale. Non si sa più da dove iniziare per rimettere in ordine le idee. Trent’anni fa, alla caduta del Muro, una delle donnine di Altan disse sconsolata: “dobbiamo ricominciare a pensare, ma non mi ricordo più come si fa”.
    Eppure, nell’affrontare questa tremenda prova il nostro paese si è dimostrato migliore di quel che si ha tendenza a dire. Un paese che dispone di una popolazione generosa e paziente, oltre che di ‘operatori sanitari’ e insegnanti migliori del servizio pubblico loro affidato. Quel che continua a fare gravemente difetto, piuttosto, è un governo e un’amministrazione pubblica in grado di agire in modo coerente ed omogeneo sull’intero territorio nazionale. Dei quali avremo però assoluto bisogno nella tanto attesa ‘fase due’, destinata a rimettere in sesto un paese che fatica a rendersi presentabile in società, europea e internazionale.
    Una politica nazionale che, nelle ricorrenti emergenze, si rivela disordinata, peggio rissosa, incapace persino di illustrare lucidamente le condizioni alle quali dobbiamo commisurarci, non confrontarci.
    E’ di più Europa che l’Italia ha bisogno, non della rabbiosa illusione di poter ‘far da sé’. Di quell’Europa che i politici e la maggioranza dell’opinione pubblica incolpano di grettezza, ma alla quale da tempo hanno voltato le spalle, consapevoli forse di non poterne tenere il passo. Oscillando pertanto disinvoltamente dall’euro-entusiasmo delle origini all’euroscetticismo nei momenti critici come l’attuale. Rifiutando persino le elargizioni che ci vengono concesse, in quanto riservate alle sole emergenze sanitarie. Mentre il debito pubblico e lo spread salgono, non certo per colpa dell’Europa.
    Eterodiretti per buona parte di questo dopoguerra, interdetti oggi fra le weberiane etiche dei principi e delle responsabilità, inariditi da anni di sterili polemiche interne, incapaci di sviluppare una consapevolezza degli interessi nazionali, distinti ma non diversi da quelli della famiglia europea. Distratti dalle lusinghe russe e cinesi (‘timeo Danaos’!), crogiolandoci in quelle di Trump, sordi alle sollecitazioni di Macron, insensibili alle rassicurazioni della Merkel, ce la prendiamo con gli olandesi! Trascurando che il progetto continentale consiste proprio nel conciliare il rigore dei nordici con l’assistenzialismo dei paesi del ‘Club Med’.
    La domanda essenziale che dobbiamo porci è, non cosa l’Europa deve fare per noi, ma cosa ne sarà dell’Europa. Una sinistra esangue e una destra nostalgica sono invece entrambe incapaci di farsi valere, forse nemmeno ascoltare, a Bruxelles. Salvo qualche rara ‘vox clamans in deserto’, i ‘talk-shows’ martellanti, gli stessi presentatori televisivi, invece di informare accuratamente, pontificano, alimentando la generale cacofonia.
    La ‘politica alta’, da noi, se mai c’è stata, si è da tempo dileguata. Né fecondo ha potuto rivelarsi il confronto fra gli spezzoni residui dei partiti e la comparsa di movimenti populisti. Senza che traspaia nemmeno il barlume della necessaria catarsi nazionale. Rimaniamo nel nostro stato adolescenziale, di eterni ‘bamboccioni’, sempre meno simpaticamente spensierati.
    Ci sarà molto da ricostruire, nella ‘fase due’: nella coscienza nazionale prima che nell’assetto politico ed istituzionale di una nazione che, come diceva sconsolato un nostro antico ammiratore, rimane ‘inutilmente intelligente’.