• Il virus europessimista

    “Niente di quel che accade accade invano: nella storia seguente immane il precedente”, scriveva Croce nel 1934. La Storia continuerà inesorabilmente ad essere condizionata dalla ‘servitù volontaria’ di La Boétie e dallo ‘stato di eccezione’ di Carl Schmitt.
    In effetti, quel che sta accadendo lascia senza parole. Le lunghe disquisizioni sugli organi di informazione servono a distrarci, più che a rassicurarci, in attesa che l’ondata passi. Lasciando macerie, e il relativi ammaestramenti, sui quali dovremo meditare a lungo. Si sta già trattando di una catarsi. Soprattutto in una nazione che ha vissuto troppo a lungo di giorno in giorno, arrangiandosi, fidando nello stellone. E nell’obbligata benevolenza dei partner europei e atlantici. Rendendoci conto soltanto ora della necessità di dover provvedere ognun per sé.
    La pandemia che ci ha travolto tutti come uno tsunami colpisce soprattutto, ci è stato detto, gli anziani con patologie pregresse. Dovremmo dedurne che colpirà maggiormente gli stessi stati vecchi e con malattie pregresse. Come il nostro.
    Patetiche, per quanto fondate, sono apparse le nostre lamentele per l’indifferenza dei nostri vicini, della Lagarde, di Bruxelles. Autolesionistiche, a maggior ragione, rimangono le nostre imputazioni all’Unione che non avrebbe previsto né saputo rispondere adeguatamente all’accaduto. Altrettanto paradossale è il riproporsi del solito riflesso condizionato che ne argomenta l’inutilità delle istituzioni europee comuni.
    Mentre le circostanze dimostrano incontrovertibilmente la necessità di rafforzarle istituzionalmente in ogni settore, sociale, economico, finanziario, di politica interna ed estera. Abbandonando le logiche intergovernative, i ‘sovranismi’, che continuano ad intralciarne la spontanea evoluzione. “In Europa –diceva il compianto grillo parlante nazionale, Montanelli- i francesi sono entrati da francesi, i tedeschi da tedeschi, e gli italiani da europei”. Lo sapevamo; ce lo siamo dimenticato?
    E’ di un ben altro contagio che l’Italia dovrebbe quindi soprattutto preoccuparsi: della persistente ostinazione nell’attribuire all’Europa la responsabilità delle nostre manchevolezze. Il virus ha reso evidente che, al dilà delle ottime intenzioni e dell’encomiabile spirito di sacrificio che abbiamo saputo dimostrare (chi l’avrebbe detto?), le istituzioni nazionali rimangono sconnesse, la nostra economia fragile, lo stesso dibattito politico sommario.
    Nella sostanza, è dal basso che il riscatto dovrà emergere. Da una società civile che sappia pretendere dalla propria classe dirigente l’espressione di un senso di direzione, di un interesse nazionale condiviso, non più condizionato dai tanti nostri compromessi più o meno ‘storici’. Liberandosi dall’imperversante cacofonia degli eredi del ‘celodurismo’ e del ‘vaffa’ che hanno devastato il dibattito politico.
    Ne beneficerà la stessa Europa.