• La ‘diplomazia militare’

    I rapporti internazionali, alquanto contorti, dovrebbero assimilare anch’essi la lezione del diffondersi del ‘coronavirus’. Dimostrando se non altro l’inutilità di ogni politica ‘sovranista’, difensiva o assertiva che sia, ed i cortocircuiti che si producono fra cause e conseguenze di ogni accadimento. Obnubilandone la comprensione e pertanto il percorso da intraprendere.
    Indispensabile, come in ogni pandemia, dovrebbe essere il contributo convergente, politico ed operativo, di ognuno. Non il moltiplicarsi di iniziative asseritamente rivolte a proteggere interessi nazionali i cui connotati dovrebbero considerarsi omogeneizzati dalle sopravvenute circostanze.
    C’è chi, in Turchia, membro della NATO e antica aspirante all’inclusione nell’Unione europea, pensa di poterne approfittare per aggredire i curdi in Siria e riversare in Grecia le masse di disperati rifugiatisi sul proprio territorio. Con l’Europa che esita ad accusare Ankara di ricatto migratorio, nel rimproverare invece Atene per i conseguenti respingimenti.
    C’è chi, a Mosca, riconosce spudoratamente la raggiunta ripartizione con Ankara delle rispettive ambizioni, in un Medioriente che avrebbe piuttosto bisogno di essere accudito collettivamente. Con un’Europa che si macera nella propria inazione (ma quali sarebbero gli spazi disponibili?), e rimane interdetta ed affascinata dal loro decisionismo.
    C’è chi a Washington, altrettanto unilateralmente, decide di porre termine al proprio coinvolgimento in Afghanistan. Come se si trattasse di una faccenda da risolvere contrattualmente. E un’Europa che, anche nei confronti del proprio antico alleato, non può che rimanere spettatrice.
    C’è chi, in un’Italia ancor più passiva, si limita a deplorare l’assenza nei rispettivi tavoli negoziali delle parti più direttamente interessate. Lamentando l’affermarsi di quel che considera una ‘diplomazia militarizzata’, impositiva; dell’utilizzo cioè delle armi come strumento diplomatico. E’ evidente che, nella prassi internazionale, lo dicevano tanto il giurista Hans Kelsen quanto il diplomatico George Kennan, non c’è nulla di più efficace di un’argomentazione sorretta da una efficiente forza militare tenuta in disparte. Nè va trascurata l’affermazione di Clausewitz che la guerra altro non è che la politica estera esercitata con altri mezzi.
    Ma il rapporto fra l’uno e l’altra non può essersi invertito, a scapito della diplomazia. L’esclusione delle parti destinatarie di un esercizio negoziale corrisponde non, come si dice, alla volontà di sottometterle alla volontà altrui, bensì all’esigenza, prioritaria, di eliminare le interferenze esterne che, in Siria, il Libia, persino in Afghanistan, alimentano il conflitto fra le diverse fazioni interne.
    E’ all’Europa, in assenza di un’America che si ritrae, che spetta il compito, non già di intervenire bensì, appunto di evidenziare e denunciare, in Siria, Libia, Afghanistan, il comportamento deliberatamente omissivo, ostruzionistico, quando non apertamente predatorio di chi, come la Russia, ritiene di poter approfittare dell’accondiscendenza di un Occidente sempre più riluttante a continuare a farsi carico delle tante responsabilità internazionali.
    Machiavelli, nei suoi discorsi su Tito Livio, denunciava i ‘mali causati dall’indolenza che prevale nella maggioranza degli Stati cristiani’, aprendo la strada all’affermazione della ragion di Stato rispetto all’invocazione di una fortuna che, diceva, va ‘battuta’.