• Il coronavirus come metafora

    L’epidemia (pandemia?) di quest’anno verrà riassorbita, prima o poi. Più difficile da riassorbire, ma altrettanto misteriosa, appare invece la moltiplicazione di avvenimenti contraddittori, irrazionali, ad opera dei maggiori protagonisti della vita internazionale.
    Una Cina sovraesposta, vulnerata dall’ennesima sua esportazione di sue patologie; una Russia, l’altro membro inattivo del Consiglio di Sicurezza, unilateralmente ostruzionistica, sostanzialmente isolata: alle prese in Siria con una Turchia, membro dell’Alleanza atlantica e ricattatoria nei confronti dell’Unione europea, e con un Iran, ai ferri corti con gli Stati Uniti, alle quali si dice strategicamente associata; un Afghanistan restituito (come a suo tempo il Vietnam) ai suoi contrasti interni; un’America introversa, in campagna elettorale; un’Europa alla ricerca di sé stessa; un’Italia perennemente distratta. Un generale stato confusionale, detto ‘post-moderno’, ma privo di visione o ambizioni complessive.
    In una situazione internazionale così palesemente sconnessa, gli unilateralismi si elidono a vicenda, escludendo qualsiasi risultato incrementale, a beneficio di chicchessia. non di ‘tramonto dell’Occidente, di ‘crisi della civiltà’ né, tutto sommato, di ‘ribellione delle masse’ ci dobbiamo preoccupare, giacché nessuno dei predetti attori, antichi o emergenti, può approfittarne per imporsi. Se ne dovrebbe argomentare che, in un mondo globalizzato, non saranno i governanti, bensì le società civili più consapevoli ed esigenti. In un ritorno alle origini.
    In definitiva, è dal confronto fra la “Fine della storia’ di Fukuyama e il “Conflitto di civiltà” di Huntington che si tratterà. Due visioni antitetiche di un mondo che si è globalizzato, in provenienza ancora e sempre d’oltre-Atlantico, mentre sul Vecchio continente la riflessione politica, appesantita da tanti anni di beata passività strategica, si insabbia. E’ una questione di ‘leadership’, che l’Occidente non è più disposto né in grado di assumere, proponendosi semmai di contrastare le offese al diritto internazionale con delle azioni puntuali, di contenimento, chirurgiche, piuttosto che, come ha sinora vanamente tentato, terapeutiche.
    Coinvolgendo i paesi animati dalle medesime intenzioni, anche al difuori da alleanze formali, destinate a produrre la necessaria legittimità, in assenza della legalità di Risoluzioni di un’ONU che l’ostruzionismo di altri impedisce di funzionare.
    Più che evidente è che nessuna delle attuali situazioni più critiche può essere affrontata, tanto meno risolta, dalle parti direttamente interessate: non quella fra Ucraina e Russia, né quelle fra Israele e Palestina, fra India e Pakistan, fra Nord e Sud Corea, fra Siria e fratelli arabi circostanti, fra Tripolitania e Cirenaica. E’ soltanto con un più ampio convergente concorso tanto a livello regionale quanto ad opera dei Cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, destinato a fornire le necessarie contro-assicurazioni e garanzie esterne, che la retta via potrà essere nuovamente percorsa.
    Nel frattempo, evitare i contatti ravvicinati…