• La riesumazione dell’ONU?

    La riunione di Berlino non ha dissipato la preoccupazione che la Libia rimanga una ‘res nullius,’ che la sua antica divisione, mai risolta, ne faccia una terra di conquista, preda dei più intraprendenti, piuttosto che, come dovrebbe essere, il laboratorio dell’auspicabile ritrovata convergenza della comunità internazionale.
    Gli obiettivi di massima sono stati precisati: cessate il fuoco, astensione da interferenze esterne, interposizione di una forza di osservatori delle Nazioni Unite, ennesimo embargo alle forniture di armamenti, Un ‘accordo politico minimo’, è stato detto, iniziale, alla presenza dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (come per l’accordo iraniano, poi inopinatamente gettato alle ortiche), anche se senza che gli ‘osti’ libici, rimasti separatamente ai margini della scena, prendessero l’impegno a riconciliarsi.
    Un primo passo. Che dovrebbe aprire la strada al coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Della cui Risoluzione i due membri permanenti europei, Francia e Gran Bretagna, si erano ammantati al momento dell’intervento del 2011; mentre l’America di Trump se ne era distanziata; e la Russia di Putin (vedi in Siria) ha sinora ostentatamente aggirato. La propugnata ‘soluzione politica’ passa per la soppressione delle contrapposte ingerenze straniere e l’affermazione di un reinserimento delle Nazioni Unite..
    La prova del nove dell’accordo politico raggiunto sarà pertanto ancora una volta il comportamento che ne conseguirà, non tanto delle parti libiche, quanto dei principali attori esterni. Della Russia e della Turchia che si sono maggiormente, anche se diversamente, esposte; (e che otterranno l’una un attracco navale nel Mediterraneo e l’altra uno spazio di proiezione economica); di un’Europa rimasta colpevolmente sottoesposta (che trova anche in questa occasione conferma dell’indispensabile ruolo trainante della Germania); oltre che degli altri paesi arabi coinvolti (Arabia saudita e Egitto che amplierà la sua influenza regionale) o da coinvolgere (Tunisia, Algeria che potranno riprendere i progetti ‘unione maghrebina’). Persino della Cina, che nel Mediterraneo trova un attracco per la sua ‘via della seta’.

    La strada è stata tracciata, lungo la quale i tanti paesi cointeressati o mossi da interessi nazionali contrastanti sono stati invitati ad incamminarsi. Alle Nazioni Unite, rimaste ai margini del poi malcapitato accordo in Iran, non coinvolte dalla Russia nella crisi in Siria, è stato questa volta affidato il compito, che istituzionalmente le compete, di accogliere e comporre i diversi, ma non necessariamente inconciliabili, interessi e propositi delle tanti parti in causa, interne ed esterne. Internazionalizzare deve poter significare promuovere l’unità di una nazione che, come in altri casi nel mondo arabo post-ottomano, non si è mai formata.

    Il che dovrebbe consentire all’Italia, che alle Nazioni Unite si è sempre tenacemente anche se spesso inutilmente aggrappata, di non continuare a rimanere in balia degli eventi,  liberandosi dall’ipnosi delle sue perenni polemiche interne, per rendersi strategicamente e diplomaticamente utile in una questione di palese vitale interesse nazionale.