• L’imbroglio libico

    Più che evidente, dopo l’implosione della leadership di Gheddafi, avrebbe dovuto essere quanto la questione libica non si sarebbe potuta risolvere lasciando a quelle varie fazioni, fra le quali lo ‘scatolone di sabbia’ è sempre stato diviso, il compito di trovare un compromesso. Da tempi immemorabili, anche durante l’impero ottomano, la regione era stata sempre distinta fra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Soltanto l’occupazione Italiana tentò di unificarle, resuscitando il termine romano di ‘Libia’. Una unità rimasta meramente formale che, dopo la conseguita indipendenza, la cacciata del senussita cirenaico Re Idriss confermò.
    L’intervento del 2011, sanzionato dalle Nazioni Unite con il concorso dell’intera comunità internazionale, mondo arabo compreso (e non, come si continua a dire, imposto da Francia, Regno Unito e NATO), avrebbe dovuto aprire la strada ad una terapia di riconciliazione nazionale. Ad opera dell’Unione europea, con il concorso di tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, delle quali l’Italia, legata più di altri alle ragioni multilaterali, avrebbe dovuto fungere da capofila. La logica e la prudenza sono state invece trascurate; nella generale indifferenza, piuttosto che, come anche si continua a dire, per perverse strategie nazionali.
    Si può quindi ritenere che, come la Siria, la Libia rappresenti la cartina di tornasole della disintegrazione del sistema internazionale. Alla quale l’imminente riunione di Berlino dovrebbe aver lo scopo di rimediare. Il fallimento del recente tentativo russo di mediare, sula falsariga di quello architettato per la Siria, dovrebbe servire da monito. La presenza dei due contendenti libici non dovrebbe essere necessaria, anzi sarebbe stata da sconsigliare. Lo scopo dell’iniziativa tedesca (NB non italiana; né francese) dovrebbe infatti essere di ottenere l’unità di intenti fra i tanti attori che, per interesse nazionale, interferiscono nell’intrico libico, a sostegno di questa o quella fazione. Sarebbe parimenti opportuno che la partecipazione americana, ottenuta obtorto collo, rimanga marginale, in considerazione dell’attuale precario stato dei rapporti di Trump con il mondo arabo.
    Berlino dovrebbe infatti servire anche ad indicare il grado di credibilità al quale può aspirare la politica estera e di sicurezza ‘in fieri’ dell’Unione europea. Che continua a dipendere, non dalla sua intrinseca forza militare o influenza negoziale, bensì dall’interesse degli altri a riconoscerla come indispensabile, o quanto meno utile, attore internazionale.
    Spes contra spem.