• L’inverosimile guerra americano-iraniana!

    Se il giorno si vede dal mattino, il nuovo anno inizia purtroppo sotto pessimi auspici. Per l’impulsività di un Presidente americano il cui comportamento autocratico, scevro da un qualsiasi progetto strategico, oltre a destabilizzare i precari equilibri regionali, sconvolge i principi fondanti del sistema internazionale che, per un intero secolo, proprio gli Stati Uniti hanno creato e promosso.
    L’uccisione di Soleimani, lo stratega della politica estera dei ‘mullah’, non può essere sommariamente giustificata, come ha fatto Trump, da esigenze della lotta anti-terroristica. Se tale fosse veramente la ‘ratio’, d’altronde, ciò significherebbe che il terrorismo è riuscito nell’intento di trascinare la sua vittima sullo stesso suo piano.
    Non che l’Iran non abbia le sue responsabilità. Ma non si può negare che l’attuale crisi nei rapporti irano-americani è stata innescata dalla decisione di Washington di rinnegare l’accordo nucleare iraniano raggiunto con il concorso di tutti i cinque membri del Consiglio di Sicurezza, e poi aggravata dall’incondizionato schierarsi della Casa Bianca a fianco dell’Arabia Saudita (e di Israele). Dissociandosi in ciò dai suoi alleati europei, compromettendo pertanto l’immagine, la credibilità e la strategia dell’intero Occidente.
    In un Medioriente magmatico e contraddittorio, la presenza americana, per quanto sempre controversa, si era radicata durante la guerra in Irak, su richiesta dei governi locali, arabo-saudita, kuwaitiano, qatarino, emiratino, che hanno accolto basi militari americane, per contrastare dapprima le mire egemoniche di Saddam Hussein e, alla sua morte, quelle iraniane. Una responsabilità che Trump, invece di ridurre, come il suo predecessore avrebbe voluto, non sta affatto onorando.
    L’accordo sul nucleare iraniano del 2015 indicava che il regime di Teheran si era convinto che la sua strategia non poteva più essere quella, perseguita dai tempi di Khomeini, di imporsi come supremo protettore di un mondo arabo sconnesso, al quale peraltro non appartiene etnicamente. Senza rinunciare però ad essere riconosciuto quale interlocutore indispensabile per la ricomposizione di un assetto mediorientale stabile, comprendente l’asse sciita, dall’Irak alla Siria, al Libano, assieme a quello sunnita capeggiato dall’Arabia Saudita.
    Un’ambizione frustrata dall’America di Trump che, antagonizzando deliberatamente Teheran, ha esasperato le tensioni fra le parti invece di adoperarsi per contenerle. Diventando parte integrante delle crisi nel ‘grande Medioriente’, senza curarsi di aggregare il più ampio concorso internazionale che sarebbe indispensabile. Aprendo ampi spazi alle mire russe e turche che percorrono le loro ‘convergenze parallele’ con l’Iran in Siria (e, altrimenti, in Libia). Significativamente, sono proprio gli Stati sunniti che stanno ora gettando acqua sul fuoco appiccato dalla Casa Bianca.
    Emarginata bruscamente dall’unilateralismo dell’occupante della Casa Bianca, la diplomazia non può che rimanere a guardare: “in bello silent leges”, dicevano gli antichi. “Dopo un triennio privo di crisi internazionali –osserva il politologo americano Richard Haass- Trump si trova oggi confrontato ad una con l’Iran per aver rifiutato la diplomazia e ad un’altra con la Corea del Nord per aver preteso troppo dalla diplomazia”.
    E l’Europa?