• Anno nuovo, vita nuova?

    La tradizione vorrebbe che il Capodanno fosse l’occasione per formulare nuovi, migliori, propositi, voltando pagina. L’anno appena trascorso, conclusosi con la Brexit e l’’impeachment’ di Trump, è stato quello dei populismi, dei sovranismi, ma anche delle manifestazioni di massa, da Hong Kong, a Beirut e Bagdad, a Delhi e Santiago del Cile, da Greta Tunberg alle nostre ‘sardine’, liberatisi dagli schieramenti ideologici nell’invocazione di un futuro più prevedibile e equo.
    E’ dell’erosione, non di una mutazione, dei parametri che presiedono alla coabitazione globale che dobbiamo preoccuparci, dell’indifferenza ai comportamenti reciproci, in un ‘società libere’, a livello nazionale e internazionale, che sono apparentemente finite fuori controllo. Il mito dell’uomo forte ha ripreso vigore, l’autoritarismo si fa meno scrupoli, approfittandone per consolidare la presa sugli animi di una umanità disorientata, che si rifugia nei rispettivi confini nazionali. Con i riflessi condizionati, difensivi, di un deleterio ’ognun per sé’.
    Senza la Pax americana, una serie di equilibri precari rischiano di disintegrarsi; lungo le ormai ben note linee di faglia, nei Balcani, in Medioriente con la sua propaggine libica, lungo l’Indo, nella penisola coreana, nel Mar cinese meridionale. Che soltanto un più coerente e concreto interessamento europeo può tentare di contenere, se non risolvere, avvalendosi della propria immagine di interlocutore disinteressato, intrinsecamente liberale.
    A Francia e Germania continuerà a spettare il compito di indicare i binari lungo i quali indirizzare la politica estera europea; al Regno Unito, quello di trovare le formule per assecondarne, dall’esterno, l’andamento; alla Russia, corrispondentemente, quello di decidersi se le conviene veramente di continuare a dissociarsene; all’Italia…?
    All’altro estremo del globo, la Cina dovrà chiarire le sue ambizioni talassocratiche; l’India, trovare un suo ‘ubi consistam’; Afghanistan e Pakistan, uscire dal groviglio nel quale sono intrappolati; le ‘tigri’ del Sudest asiatico, riuscire a coordinarsi dal punto di vista tanto economico quanto politico; nel Pacifico, infine, conseguire una strategia compartecipata dai diversi paesi rivieraschi. In Medioriente, come in Libia, si dovranno contrastare le interferenze esterne che aizzano gli antagonismi regionali. L’Africa subsahariana rischia di rimanere preda delle mire ‘neo-colonialiste’ della Cina e di quelle scopertamente militari della Russia. L’America Latina dovrà estrarsi dai nodi gordiani delle contraddizioni che continuano ad oscurarne le potenzialità.
    All’evidentemente necessario generale riordinamento dell’assetto internazionale non potranno provvedere che delle iniziative corali, convergenti, consensuali. Che l’anno elettorale americano terrà ulteriormente in sospeso. L’altra faccia della medaglia mostra però che, nella prolungata fase di stallo delle menti e dei conseguenti comportamenti, né Putin, né Xi, né tutto sommato Trump, abbiano ancora creato dei danni irreparabili.
    La politica, si sa, è fatta di interazioni; ma la Storia pare aver sopravanzato ancora una volta le capacità dei governanti di imbrigliarla. L’istintivo ritrarsi nei rispettivi egoismi non può che ritorcersi contro gli interessi di ognuno. Nell’assenza di leader politici illuminati, non è dall’alto, bensì dal basso, sospinta dall’irrequietezza delle piazze, che la comunità internazionale, dà segni di volersi ricomporre, In Europa, il ‘potere dei senza’ potere ha abbattuto il Muro.
    Prudente è pertanto rimanere con il fiato sospeso. Buon Anno!