• L’Occidente e l’Europa

    L’annuale Consiglio atlantico appena svoltosi in una Londra in uscita dall’Unione ha confermato l’anemia, se non proprio la ‘morte cerebrale’ lamentata da Macron, dell’istituzione che per settant’anni ha rappresentato l’Occidente. Il Presidente americano vi si è aggirato nel suo solito stato confusionale, mentre Francia e Germania hanno tenuto a bada una Turchia riottosa, concentrando l’attenzione sulle crisi più gravi persistenti nel nostro immediato vicinato, su una Russia dalle “azioni aggressive”, oltre che sull’emersione di una Cina da coinvolgere nel sistema internazionale.
    L’Alleanza atlantica nacque subito dopo la guerra, nella scia del Piano Marshall, allo scopo di collegare un’Europa devastata ad un’America che per la seconda volta era venuta in suo soccorso. Un legame sostanzialmente politico, che soltanto con l’avvento della Guerra fredda fu corredata di una struttura militare integrata, la NATO appunto. Oltre a svolgere una funzione dissuasiva nei confronti del blocco sovietico, in attesa di un Trattato di pace, essa si propose quindi come spina dorsale di un Occidente da costruire sulla base della Dichiarazione atlantica che, nel 1941, aveva fissato gli scopi della guerra contro il nazi-fascismo.
    La Storia è andata avanti, il Muro è caduto, ma i rapporti pan-europei non si sono ancora ricostruiti. Allargandosi, assieme all’Unione europea, agli ex Stati satelliti di Mosca, l’Alleanza ha esteso la sua funzione di puntello della stabilizzazione e reintegrazione dell’intero continente. Da alleanza difensiva in tempo di pace, è diventata inoltre ‘cassetta degli attrezzi’ per la gestione delle crisi oltre l’originario suo ambito territoriale. Senza perdere comunque la suo primaria funzione di legame politico transatlantico e punto di riferimento per l’intero Occidente.
    Un compito, quest’ultimo, che l’avvento di Trump ha lesionato, e che l’Europa deve decidere se e come compensare, in un’inversione delle parti. Nelle attuali condizioni di globalizzazione dei rapporti strategici, si dovrebbe infatti dire che oggi è sull’Europa, per la sua stessa sopravvivenza, nella sua qualità di unico residuo attore intrinsecamente multilaterale, che incombe la responsabilità di costituire il perno di un Occidente allargato. Di chiamare a raccolta gli altri paesi che hanno sinora beneficiato della protezione americana, dall’Australia al Giappone, dalla Corea del Sud all’India, all’America Latina.
    Perché ciò possa accadere è necessario che l’Europa si doti, non già, come si dice, di un improponibile proprio esercito integrato, bensì di una maggiore coesione politica interna che possa fungere da massa critica necessaria per accrescere la sua forza di attrazione e di influenza internazionale. L’ottanta per cento delle spese per la difesa dell’Alleanza, d’altronde, proviene da paesi esterni all’Unione, da Norvegia, Turchia, Regno Unito, Canada, oltre che dagli Stati Uniti.
    Per irradiarsi dopo anni di comoda passività, l’Unione europea deve recuperare una propria cultura strategica, politica piuttosto che militare. A beneficio non soltanto della credibilità e della consistenza dell’intero Occidente, che la defezione americana ha rattrappito in un’introspezione della quale i suoi antagonisti, grandi e piccoli, si stanno avvantaggiando.
    Finora, in questo dopoguerra, il professato multilateralismo dell’America è consistito nel sollecitare l’appoggio degli alleati. Per affrontare le odierne sfide e minacce globali, la stessa America ha oggi bisogno di un supplemento di legittimità internazionale che soltanto l’Europa le può conferire.