• Il futuro dell’Italia?

    Per insistente impulso del Presidente Macron, Francia e Germania, senza nascondere i loro diversi orientamenti politici, hanno deciso di riprendere la loro funzione di locomotiva del processo integrativo europeo. Impegnando per due anni opinioni pubbliche ed istituzioni in una ‘Conferenza sul futuro dell’Europa’. Un futuro rispetto al quale l’Italia che fu di De Gasperi, Sforza e Einaudi fatica oggi a riconoscersi.
    Per decenni, l’Italia si è comodamente adeguata alle iniziative altrui, europee e atlantiche. Col venir meno del rigore di tali suoi punti di riferimento esterni, deve invece oggi rendersi partecipe, propositiva, nella difesa di specifici suoi interessi, che non riesce però ad individuare nè pertanto a formulare. Nello stato confusionale in cui è finita la nostra politica interna, non riusciamo nemmeno a renderci conto che l’Europa è l’unica ciambella di salvataggio di cui disponiamo.
    E’ rispetto all’Europa che è stato operato il recente cambio di governo; non un cambio di passo però, parrebbe. La deriva si trascina da tempo: lo stesso populismo di marca berlusconiana affermava la necessità di “sottrarre l’Europa ai burocrati e restituirla al popolo”. L’atteggiamento dei grillini e dei leghisti nei confronti di una Commissione europea ai blocchi di partenza, da pregiudizialmente polemico, una volta raggiunto Palazzo Chigi, è rimasto traballante. Bruxelles continua infatti a rappresentare un antagonista dal quale ambedue i movimenti populisti, teoricamente opposti, concordano nel ritenere che convenga difendersi. Attestati su posizioni astrattamente polemiche, non partecipi nella formulazione delle politiche europee, finiscono col risultarne consenzienti, ma si riservano di contestarle aspramente a cose fatte, in funzione di considerazioni di politica interna.
    Per evitare il baratro ci vorrebbe, se non altro, un Ministro degli Esteri competente e a tempo pieno; che non si dedichi soltanto alla difficile cura del suo partito, lasciando la poltrona vuota a Bruxelles (al G20! Al Consiglio atlantico>?). Un Ministro per gli Affari europei più presente nella compagine governativa. E un’opposizione responsabile, invece che in perenne virulenta campagna elettorale. Se non altro, per non tagliare l’erba sotto i piedi al nostro Commissario Gentiloni, ora che nell’Olimpo europeo non abbiamo più Draghi; e non complicare i compiti di Sassoli nel raccogliere il consenso del Parlamento europeo.
    In passato, ogniqualvolta il legame con Bruxelles si allentava, ci rivolgevamo a Washington. Trump e Macron ci ammoniscono oggi sullo ‘stato pre-agonico’ dell’Alleanza atlantica. Abbandonando ogni responsabile autocontrollo, i nostri due movimenti populisti vanno invece rivolgendosi rispettivamente a Mosca e Pechino. Non più dei nostri consueti ‘giri di valzer’ si tratta, quanto di una ostentata indifferenza alle costrizioni internazionali, alla patetica ricerca di nuove, inesistenti sponde.
    Lo stato di riottosità permanente nel quale galleggia la nostra politica interna, oltre a contraddire l’intera nostra storia post-bellica, non può non suscitare la diffidenza dei nostri partner e la loro riluttanza a considerare le nostre confuse preoccupazioni e aspettative. In un sempre più evidente nostro auto-isolamento, che rende inappetibili le nostre stesse industrie bisognose di investimenti esterni.
    “Indipendenti sempre, isolati mai”, raccomandava oltre cent’anni fa Visconti Venosta. Il nostro futuro è in Europa, dicevano De Gasperi, Sforza e Einaudi. E oggi?