• L’ennesima ‘primavera dei popoli’

    Cent’anni fa Versailles, al termine di un Ottocento segnato dalle ‘primavere dei popoli’ concluso da una Grande guerra, ritenne di poter affidare alle autodeterminazioni il compito di ridisegnare la carta dell’Europa. Gli ultimi imperi, austro-ungarico, tedesco, ottomano, russo, si erano disfatti. Ma la loro ragion d’essere non poteva considerarsi esaurita. Una nuova Europa in un nuovo mondo avrebbe dovuto eliminare diversamente le frontiere.
    Si doveva, riteneva Wilson, disfare per rifare, su basi innovative, non più antagonistiche bensì collaborative, nell’avvio di un ‘internazionalismo liberale’. Una Società delle Nazioni ne avrebbe fornito il crogiuolo. A tutela delle minoranze residue, ognuno dei Trattati di pace impostati a Versailles conteneva l’impegno a tutelarle; cechi e slovacchi rimasero congiunti; un Regno dei serbi, croati e sloveni fu istituito di sana pianta per riunire le popolazioni jugoslave (‘slave del sud’). Si trattava, in altre parole, di ri-federare altrimenti un continente molteplice. Sappiamo come andò a finire.
    Vent’anni dopo, le Nazioni Unite si rimisero all’opera lungo il medesimo percorso. Sempre su sollecitazione americana, l’Europa occidentale iniziò a federarsi, mentre la Guerra fredda imponeva una diversa aggregazione, fra campi contrapposti. Fino a che quel che Havel definì il ‘potere dei popoli’ (“Wir sind das Volk” gridavano i giovani nella Germania dell’Est) finì coll’imporsi, abbattendo il Muro di Berlino. Un ritorno a Versailles.
    Ne risultarono però immediatamente delle disgregazioni molteplici, dell’Unione Sovietica con i suoi satelliti, della Federazione jugoslava, del Medioriente libanese e poi iracheno, determinando una serie di interventi internazionali: gli allargamenti istituzionali della NATO e dell’Unione europea nel primo caso, e quelli diversamente ‘umanitari’ negli altri, si proposero ancora una volta di ri-federare delle realtà eterogenee. Ad immagine e somiglianza di quanto andavano facendo gli stessi europei.
    Un rimedio che si sta però inaspettatamente rivelando inadeguato, mostrando la corda persino in Europa. Nei Balcani, la federazione bosniaca, con le sue ‘tre identità e due entità’, rimane precaria; incoraggiata da Mosca, la Serbia, piuttosto che perno, si presenta come ostruzione all’aggregazione sub-regionale che rappresenta la condizione perché l’Europa possa riproporvi una sua influenza economica e politica. In Medioriente, le soluzioni federali che dopo le loro esperienze conflittuali, nel rispetto delle distinzioni settarie, hanno tenuto assieme tanto il Libano quanto l’Irak, non reggono alla pressione di popolazioni che pretendono l’uscita dal loro tradizionale sistema feudale. Un fenomeno di depoliticizzazione, di recupero della condizione di cittadino, di ‘cives’, che superi le distinzioni etniche o religiose, va diffondendosi.
    Se ne dovrebbe argomentare che, dalle ‘primavere’ dell’Ottocento a quella di Praga che ha dato la prima spallata al Muro, a quelle arabe dell’ultimo decennio (alle ‘sardine’ di Bologna?), ovunque, il serpente di mare della democrazia continua ad emergere. Affiancandosi oggi alla globalizzazione delle condizioni umane nell’affermare la condizione di cittadino invece che di suddito. Un populismo anti-populista che ha più volte fatto la Storia, e che potrebbe continuare a farla. Non di espressioni ideologiche si tratta, né di un rifiuto della politica bensì, all’opposto, della rivendicazione di esigenze primarie, di ordine fondamentalmente democratico, partecipativo.
    L’oclocrazia, il predominio delle masse, che Polibio indicava come estrema degenerazione dei sistemi di governo, sta invece rigenerando la vita associata. I politologi anglosassoni del calibro di Anne-Marie Slaughter, John Ikenberry, Yascha Mounk e Timothy Garton Ash ne traggono la convinzione che l’internazionalismo liberale, invece di essersi esaurito come Putin sostiene, sta riemergendo come unica possibile formula di ‘buon governo’. Il tramonto dell’Occidente parrebbe rinviato a data da destinarsi.