• Non solo ILVA…

    Sorprende che l’Italia continui, imperterrita, a presentarsi al mondo esterno con un misto di astratta retorica, offesa sovranità, indignazione per il mancato rispetto della nostra realtà, quando non per l’asserita supina nostra sottomissione alle decisioni altrui. Sempre restia a rimediare alle conseguenze del suo prolungato isolamento internazionale, indifferente all’evolversi dell’umus nel quale siamo cresciuti in questo intero dopoguerra.
    Non di sole serie questioni interne, ILVA, Alitalia o TAV, si tratta, bensì anche della nostra collocazione e partecipazione alle iniziative internazionali, a fianco dei nostri partner e alleati.
    Un’Italia che del confronto con l’estero fa, non già uno specchio per riconoscersi, bensì motivo di risentimento e di rigetto dell’atteggiamento altrui. Una politica introversa, in perenne rissosa campagna elettorale ci impedisce di vedere che siamo finiti con le spalle al muro. Come lo è stata la Grecia, che ha saputo risollevarsi, uscire dalla crisi e superarci in tutti i più rilevanti indici economici. Non noi, che rifiutiamo persino di rendercene conto.
    Persino l’attentato alla vita di nostri soldati all’estero ha suscitato non soltanto le dovute espressioni di compassione, ma anche il solito strascico di dubbi sull’utilità della nostra partecipazione alle operazioni ‘di pace’. Per l’ennesima volta, è stato chiamato in causa a sproposito l’articolo 11 della Costituzione, che “ripudia la guerra come strumento di offesa”, non l’uso della forza armata in difesa (tanto più multilaterale) della stabilità e della pace internazionale.
    Che a condannare l’operato delle nostre truppe all’estero sia stato persino il presidente di un ‘sindacato delle forze armate’, dimostra lo stato confusionale in cui versa una società allo stremo. Che si sostenga che il nostro contributo alle missioni militari internazionali avvenga ‘nella scia degli interessi altrui’ (specie americani) dimostra quanta poca consapevolezza vi sia della consistenza e dell’estensione dei nostri interessi nazionali. Non diversi da quelli della comunità occidentale, alla cui difesa il contributo dell’Italia è stato in questi ultimi anni uno dei pochi nostri fiori all’occhiello. Della nostra presenza militare all’estero avevamo fatto il nostro biglietto da visita. Che poi, come tanti lamentano, non se ne vedano i vantaggi concreti, ciò va attribuito alla nostra cronica incapacità di partecipare alle decisioni strategiche internazionali.
    E’ della reintegrazione del sistema internazionale che si tratta, della riaffermazione dell’internazionalismo liberale, collaborativo invece che antagonistico, che rappresenta l’unico possibile contributo dell’Unione europea al ristabilimento di più stabili equazioni internazionali. Averne perso il senso rappresenta il tradimento più grave degli insegnamenti dei padri fondatori della nostra Repubblica.