• Il muro è caduto?

    Sono passati trent’anni dalla caduta del Muro, il più evidente simbolo della disgregazione di quell’Europa che per secoli, nel bene e nel male, ha fatto la Storia. Eppure, paradossalmente, le celebrazioni si confondono con le recriminazioni per quel che l’Occidente avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Mentre la geopolitica, il nazionalismo, l’autoritarismo rialzano la testa.
    Quando cadde, si è detto, andammo tutti a ‘fare shopping’, nella presunzione che le cose si sarebbero sistemate da sé. L’evento improvviso, inaspettato, non programmato, sembrava non richiedere alcuna precauzione per il ricongiungimento di fratelli a lungo separati, Russia compresa.
    Fu Gorbaciov a dettare la linea da seguire, tanto nei confronti di Honecker prima di quel ‘nove novembre’, quanto dopo, al Consiglio d’Europa e con la Carta di Parigi del 1990, nell’evocare la necessità di ricostruire la ‘casa comune europea’. L’incuria che Mosca, e la nostra stessa opinione pubblica, imputano oggi all’occidente euro-americano va semmai attribuito al fatto che prendemmo in parola le affermazioni dell’autore della ‘perestroika’. Le cui speranze e sollecitazioni ebbero purtroppo le gambe corte.
    A ciò si aggiunga che, per gli altri ex Stati dell’Est, la ritrovata indipendenza ha finito col provocare esaltazioni ‘etiliche’, nazionaliste, che vanno apparentemente ancora smaltite. Dal canto suo, la Germania orientale, che non fu protagonista quanto piuttosto succube del comportamento degli altri membri del Patto di Varsavia, dimostra la difficoltà di ricomporre l’identità unitaria di una nazione che, dopo Bismarck, si è più volte persa per strada.
    Nel 1989, fu ancora una volta l’America, quella di Bush padre (dopo quelle di Teddy e poi di Franklin Roosevelt) ad intervenire nel Vecchio continente per rassicurarne tutte le parti in causa (in particolare il Cremlino), stordite, preoccupate dalla subitaneità dell’accaduto. Nella scia tracciata dalla NATO, fu poi l’Unione europea a dimostrare di aver raggiunto la ‘maggior età’, politica oltre che economica, nell’accogliere i nuovi Stati emancipatisi dal blocco sovietico. Se non l’avesse fatto, sarebbe venuta meno alla sua ‘ragione sociale’, rimasta sotto traccia durante l’intera Guerra fredda.
    Da quel fatidico giorno, è trascorsa un’intera generazione. Ma, perché il Muro, o la Cortina di ferro che dir si voglia, possa considerarsi realmente abbattuto, fra l’Europa e la Russia rimane però ancora molto da fare. Nella fascia di Stati che, dalla Bielorussia all’Azerbaigian, passando per l’Ucraina, dividono ancora, sia pur diversamente, il continente; nei Balcani, rimasti in condizioni armistiziali; in Medioriente e in Nordafrica, dove Mosca va spadroneggiando; in Africa subsahariana, in Asia, in America Latina, dove l’Europa proietta un’immagine alquanto sbiadita; verso un’America, infine, che sembra aver perso la retta via.
    Che Macron parli di un’Alleanza atlantica in condizioni di encefalogramma piatto, che Putin se ne rallegri come di una conferma della sua profezia sull’esaurimento dell’internazionalismo liberale, altro non sono che delle indicazioni della necessità di ritrovare un modus vivendi fra europei, quale indispensabile premessa di ogni tentativo di tornare a ‘governare il mondo’. Il britannico Timothy Garton Ash e l’americano John Ikenberry sono convinti che le ragioni dell’Occidente finiranno coll’imporsi come unico metodo per governare la sopravvenuta complessità internazionale. Che l’Occidente stesso ha generato.
    “Il liberalismo -dice fiducioso Ikenberry- rimane una bandiera senza un esercito … una miscela di principi e soluzioni pratiche”, alla quale l’umanità dovrà rassegnarsi a tornare. Abbiamo però imparato se non altro che il ‘laissez-faire’ non si addice ai rapporti internazionali.