• Equilibrismi ‘sovranisti’

    Una epidemia investe il globo terracqueo. Il suo nome, ammantato di nazionalismo e/o populismo, è estremismo o radicalismo. Il suo virus si è diffuso ormai non soltanto nei regimi teocratici e autocratici, ma persino nelle nazioni che si vogliono democratiche. In una confusione fra popolo e masse, fra agorà e opinioni pubbliche, che si ripercuote sullo stesso tessuto del sistema dei rapporti fra gli Stati.
    Proprio nell’attuale fase di transizione in cui, Greta dixit, dovremmo più che mai stabilire un comune denominatore di ordine ‘ecologico’, gli spazi per l’operato della diplomazia si restringono a qualche rammendo di emergenza della tela internazionale, impedendole di dedicarsi alla sua istituzionale funzione di tesserla.
    Un compito che, i fatti lo dimostrano, non possono essere compensati dalla moltiplicazione delle missioni, segrete o meno, di emissari speciali, al massimo livello politico (dei quali quelle in Italia dei Segretari di Stato americani alla Giustizia Barr e agli Affari esteri Pompeo non sono che le caricature). In assenza di una adeguata preparazione a livello diplomatico, la loro inanità, la loro inopportunità è più che evidente. Dimostrando quanto la politica degli ‘affari’ blaterali possa men che mai sostituirsi al perseguimento di un più ampio consenso multilaterale.
    All’Assemblea delle Nazioni Unite, l’occupante della Casa Bianca ha ribadito la sua astratta convinzione che “l’avvenire non appartiene ai globalisti, bensì ai patrioti”. In un’inverosimile istigazione al confronto degli opposti ‘sacri egoismi’ nazionali, dalle nefaste conseguenze che il secolo scorso ha ripetutamente sperimentato. In provenienza dalla culla di quell’internazionalismo liberale, alla cui fonte dovremmo invece tornare ad abbeverarci.
    Al che, da Pechino, si leva un grido che riecheggia Mao:“ se dovrà impegnarsi in una guerra per difendere la propria sovranità e integrità-dice Xi- la Cina è pronta”. Putin, irrigidito, sta ancora digerendo l’annessione della Crimea. L’Europa, unica residua vestale del multilateralismo, rimane interdetta.
    Gandhi sosteneva che “è impossibile essere internazionalista se non si è nazionalista”. Un paradosso soltanto apparente, giacché è nel prendere coscienza di sé che si può meglio convergere verso l’indispensabile scopo comune che le circostanze solleciterebbero. Il rinchiudersi in sé stessi non denota che insicurezza, indecisione.
    Un riflesso condizionato che aveva contagiato anche una componente del precedente governo. E che il ‘Conte bis’, apparentemente consapevole di quanto il contatto con gli altri sia essenziale per la nostra coesione nazionale, sembra voler dissipare. Nel nostro eterno difficile equilibrismo fra Washington e Bruxelles (non senza un occhio di riguardo a Mosca).