• “La situazione resta oscura”

    L’avvento di un giovinetto inesperto alla ‘poltrona’ di Ministro degli Esteri dimostra quanto, nell’opinione pubblica e politica, quella funzione sia diventata irrilevante, al più area di parcheggio per personalità politiche ingombranti. Un risultato al contempo causa e conseguenza di una politica estera degradatasi ad appendice di fattori di politica interna. Esito preoccupante per una nazione che, come ben sapevano e dicevano Cavour, Visconti Venosta, e poi De Gasperi, Einaudi, Gaetano Martino, della politica estera, per la stessa coesione nazionale, non può fare a meno.

    Dopo i tanti sbandamenti, l’ennesima prova di laboratorio della politica italiana faticherà ad impressionare il mondo esterno. Dalle nostre capitali di riferimento, Bruxelles e Washington, sono arrivati dei rallegramenti, che suonano come incoraggiamento di circostanza i primi, interessati i secondi. Da Pechino, un commento esterrefatto è stato presto cancellato. Ci vorrà del tempo per risalire la china dal fosso, tanto economico quanto politico, nel quale siamo finiti con il precedente governo.

    E’ nella politica estera che il cambiamento sbandierato dalla compagine  ‘giallorossa’ dovrà principalmente consistere. La necessaria più corretta impostazione della nostra proiezione all’estero dipenderà dalla coerenza con la quale verranno gestite le sue  tre componenti essenziali: quella economica, con la riduzione del debito pubblico; quella di sicurezza, per la questione immigratoria; e quella del concorso all’elaborazione di una politica estera comune. In proposito, la nomina di un Prefetto ad un dicastero dell’Interno che diventa autogestito, la chiamata a quello dell’Economia di uno storico con una qualche esperienza al parlamento europeo, e l’insediamento agli Esteri del responsabile politico di una delle due formazioni governative, creano un triangolo non proprio equilatero, di scarso auspicio. (Il Commissario Gentiloni avrà ben altro da fare che tappare le nostre falle).

    E’ forse un altro segno dei tempi che persino il sempre preciso europeista Fabbrini. dalla consueta sua colonna domenicale sul Sole24Ore, sostenga che “la politica europea viene decisa dal Presidente del Consiglio e dal Ministro dell’Economia, con l’aiuto del ministro degli Affari europei, e non più del ministro degli Affari esteri… Tant’è –aggiunge- che quest’ultimo ha una responsabilità primariamente internazionale”. Come se alla Farnesina non spettasse che il compito di mettere in bella mostra a Bruxelles la pietanza preparata dagli altri, invece di dover contribuire anch’essa alla sua confezione, con i necessari elementi di informazione, valutazione e proposta, avvalendosi dei suoi sensori disseminati sull’insieme della scena internazionale.

    In materia di politica estera, il precedente governo si è rivelato in stato confusionale, litigioso con Bruxelles, amico al contempo di America e Russia, e di Cina, disorientato in Libia, senza trarne alcun vantaggio. Compromettendo anzi non soltanto i tradizionali nostri equilibrismi, ma persino i rapporti privilegiati con la Francia, che avremmo invece interesse a rafforzare. Da troppo tempo l’Italia è scomparsa dal radar internazionale, per distrazione nostra e conseguente disinteresse altrui. La strada per tornare a contare rimane impervia.

    In tempi difficili, è sempre stata la nostra diplomazia a supplire alle deficienze e defezioni della politica interna. Un compito che, in questi ultimi anni, l’Amministrazione degli esteri deve ritenersi responsabile di aver trascurato, nel mettersi al servizio della politica politicante.

     “La situazione resta oscura. Per una di quelle aberrazioni che sono abituali nei partiti, per motivi contrari che si escludono a vicenda, aspirano a un mutamento di cui non prevedono che imperfettamente le conseguenze, ma che sembrano augurarsi con uguale impazienza. Senza dubbio, gli amici del Presidente del Consiglio sperano che la sua abilità saprà sventare le manovre di avversari più solleciti nel raccoglierne la successione che di rimediare alle cause vere e profonde del malessere attuale. Non manca d’altra parte chi pensa che la crisi possa aprirsi da un momento all’altro, e sotto forma cui il pubblico sembra meno preparato”. Considerazioni attribuite negli anni Settanta ad un Ambasciatore romanzato dallo storico Albert Mousset, che si attagliano perfettamente al ritardo che abbiamo accumulato.