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    Un’Italia sempre imprevedibile, dalle circonvoluzioni incomprensibili ai più, è riuscita ancora una volta ad estrarre il coniglio dal cappello. Un esito che potrà forse attenuare le perplessità degli ambienti politici e finanziari internazionali, sempre in attesa di conoscere le intenzioni di lungo periodo ed i conseguenti risultati concreti dell’eterno laboratorio italiano. Il varo della nuova compagine governativa non è però pienamente tranquillizzante per i nostri interlocutori stranieri.

    La composizione del governo ‘Conte Due’ si caratterizza per la novità dei suoi componenti (con la solitaria eccezione alla Cultura). Un’indicazione, forse, dell’esigenza di fare tabula rasa del passato recente, e ripartire da zero. Scomparsi sono significativamente i Ministri tecnici, per dare spazio  ad esponenti politici accuratamente distribuiti. Lo scopo essenziale, meritorio, da valorizzare anche all’estero, è stato apparentemente quello di omologare la trasformazione dei ‘pentastellati’ da movimento di lotta, antisistema, in formazione politica a pieno titolo, con il relativo carico di responsabilità governative. Ricostruendo i meccanismi democratici che la precedente coalizione populista aveva compromesso. Nella ricomposizione di una sinistra riformista, in sostituzione di quella massimalista che, dopo aver menomato la democrazia italiana per l’intero dopoguerra, la caduta del Muro ha disfatto. Un’opera ricostruttiva, direbbe Einaudi, che la destra non ha ancora abbozzato, e il populismo della Lega semmai aggravato.

    Più problematica pare però doversi rivelare la proiezione di una maggiore visibilità e credibilità della nostra immagine politica internazionale, che il precedente governo aveva ridotto ai minimi termini. L’incarico di Ministro degli Esteri affidato al capo politico dei ‘Cinque stelle’, accordato per soddisfarne il prestigio personale, non certo per la sua specifica competenza, conferma il sostanziale disinteresse della classe politica nazionale in materia di politica internazionale. Al relativo annuncio, gli stessi mezzi di informazione non hanno fatto una piega!

    Se la vetrina europea ha consentito ad uno sconosciuto ‘avvocato del popolo’ di affermarsi a Bruxelles come interlocutore unico, esaltandone il ruolo di garante della precedente coalizione governativa, la politica estera nazionale non può esaurirsi nei rapporti, per quanto essenziali, del Capo del governo con l’Unione. Verso la quale dobbiamo invece tornare a veicolare la rete di contatti ed intese che saremo riusciti a tessere con i nostri vicini mediterranei, con la Russia, le Tigri asiatiche, l’America Latina. Che le sedi diplomatiche periferiche non possono fornire senza l’adeguata forza propulsiva proveniente dalla centrale.

    Il tridente Economia, Esteri e Difesa, lo sappiamo, deve a tal fine operare in accurata sintonia. Perché ciò accada è indispensabile che il Ministero degli Esteri si riappropri delle sue funzioni istituzionali di coordinamento della proiezione esterna, alle quali ha invece progressivamente rinunciato, trasformandosi da indispensabile propulsore politico a sterile burocrazia.

    Maurice Paléologue diceva che il problema che affligge gli italiani è la loro debordante intelligenza. Il che non ha mai consentito all’Italia di vivere all’altezza delle sue responsabilità nazionali e internazionali, ma soltanto di sopravvivere. Croce aggiungeva che “un popolo che non sa fare politica estera è destinato a servire o perire”.

    Tanto più che per l’Italia, lo abbiamo detto più volte, il contesto internazionale finisce sempre col rivelarsi determinante per la stessa tenuta  degli equilibri interni.