• L’immigrazione ‘fluida’

    Continuano implacabili, sulle nostre coste, le ondate di immigranti illegali, con il loro strascico di prese di posizione inconciliabili fra buonisti e rigoristi, sfruttate anche altrove a fini elettorali. Senza che si riesca ad individuarne un barlume di possibile soluzione.

    Particolarmente intensa, in materia, è la sensibilità italiana, nutrita dalla nostra esperienza di oltre un secolo, da quando i nostri avi partivano ‘per terre assai lontane’, fino agli esodi dell’immediato dopoguerra (… per non parlar  della ‘fuga di cervelli’ dei nostri giorni). Si trattava allora di migrazioni fra vasi comunicanti, fra paesi di pari cultura cristiana, pertanto più facilmente assimilabili.

    Ciò nonostante, il 6 dicembre 1888, nel corso di un dibattito alla Camera sul ‘Decreto emigrazione’, l’On. Ungaro pretese che “efficaci misure siano prese per assicurare che i nostri migranti non vengano sfruttati, e dispongano invece delle migliori disposizioni per il loro accoglimento in Nord America”, suggerendo che “il passaporto sia rifiutato a coloro che non dimostrino di avere mezzi di sostentamento per alcuni mesi”.

    Diverse sono le odierne rotte condizioni internazionali. Le frontiere non esistono più, perforate, oltre che dalla globalizzazione, dal rispetto dei diritti umani fondamentali primari dalla libertà dal bisogno e dalla paura, più cogenti rispetto a quelli di espressione o di credo. Ma, in assenza di una migliore prevenzione del fenomeno, le nostre buone ragioni non possono consentirci di imputare ai nostri partner europei l’indisponibilità ad accogliere chiunque e comunque arrivi nei nostri porti.

    Negli anni Sessanta del secolo scorso, agli esordi della decolonizzazione, la Comunità europea si prodigò in Africa, con la ‘cooperazione allo sviluppo’ disciplinata dalle ‘Convenzioni di Yaoundè, finita però nei meandri delle appropriazioni indebite e della corruzione di quelle classi dirigenti. Dagli anni Novanta, l’Unione europea, con il ‘partenariato euro-mediterraneo’ e, dopo le ‘primavere arabe’, con la sua ‘politica di vicinato’, sollecitò i nostri dirimpettai ad una corrispondenza (more for more), che non si è manifestata. Più che evidente e urgente è pertanto, in ambedue i casi, africano e arabo, la necessità di stabilire una più estesa convergenza di intenti e di azioni.

    Se, come diceva Bauman, il mondo è diventato ‘fluido’, bisogna affrontarne le ‘perdite’ all’origine, ben prima che si riversino nei paesi di destinazione primaria o secondaria. Dobbiamo pertanto renderci finalmente conto che le migrazioni incontrollate (e, a monte, le pulizie etniche e i conflitti regionali che contribuiscono a determinarle) rappresentano l’estremo anello di una più lunga catena di omissioni della comunità internazionale. Non è quindi soltanto nei paesi di origine e di transito, bensì a livello strategico più elevato, fra le presunte ‘superpotenze’, che lo stesso problema migratorio potrà essere affrontato, contenuto, e convenientemente disciplinato.

    In particolare, ad opera di tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Uno dei quali, la Cina, riesuma invece una politica coloniale sotto forma di ‘strada e cintura’, mentre la Russia tenta di reinserirsi militarmente nella equazioni mediorientali.

    E’ in tal senso che l’Italia, in quanto nazione particolarmente sensibile ed esposta, dovrebbe adoperarsi, tanto in Europa quanto in ambito Nazioni Unite, per esporre le responsabilità dell’intera comunità internazionale nei confronti di un fenomeno da condividere globalmente, ad evitare che rimanga fuori controllo.