• La Diplomazia, perché?

    Qualcuno ha giustamente osservato che di questi tempi l’Italia si trova a dover impostare un suo ennesimo Risorgimento, il terzo dopo quello fondante nell’ottocento e quello repubblicano dell’immediato secondo dopoguerra. Come nel gioco dell’oca, il Bel Paese si ritrova ancora una volta al punto di partenza. Apparentemente privo però questa volta di figure dall’indiscusso carisma di Cavour, De Gasperi o Einaudi.

    Nel collasso della ‘seconda Repubblica’ pare essere precipitata anche la funzione diplomatica, proprio quella che della nazione, all’estero, deve essere lo specchio e alla quale è stato sempre affidato l’aggancio con gli artefici della Storia. Come ben sappiamo, è nelle esigenze esterne che l’Italia ha infatti sempre trovato, dai tempi di Cavour, i termini di riferimento indispensabili alla sua coesione interna. Due piloti automatici hanno retto la nostra politica estera post-bellica: l’Europa e la NATO, più evidentemente quest’ultima ogni volta che si allentava la presa a Bruxelles. Le loro prescrizioni si sono però ora ridotte, a danno della loro coesione e solidarietà interna, mettendo conseguentemente a nudo la condizione di eterna adolescenza nella quale l’Italia si è troppo a lungo adagiata.

    Spesso in passato, più di altre, la diplomazia italiana si è trovata a dover compensare le deficienze ed i ritardi nazionali, mantenendo la rotta nella nostra cronica navigazione a vista, e svolgendo anche una funzione di indirizzo delle decisioni di politica estera nazionali. Ora che il percorso internazionale non è più così chiaramente tracciato, e che il tanto invocato ‘sistema paese’ è in altre faccende domestiche affaccendato, dal Ministero degli Esteri non si può più pretendere l’assolvimento delle medesime funzioni di supplenza. A ciò si aggiunga la graduale erosione dei suoi compiti istituzionali di coordinamento della proiezione esterna delle altre amministrazioni, ai quali la stessa Presidenza del Consiglio non pare poter provvedere con la tempestività che i tempi richiedono. Infine, con particolare riferimento agli ultimi avvenimenti, una politica estera influente e propositiva abbisogna di un consenso parlamentare interno, condizione che un governo tecnico non può assicurare. Il Premier Monti ha opportunamente concentrato il suo operato a Bruxelles, lasciando che il MAE, affidato ad uno stimato suo funzionario, gestisse gli ‘affari correnti’ … che in politica estera non esistono, come gli eventi hanno dimostrato.

    Prima che economico, il nostro “spread” è politico: di visibilità prima che di credibilità. Ben prima della faccenda dei maro’, l’Italia è gradualmente scomparsa dal radar delle relazioni internazionali. Perdendo quel collante esterno che la aveva così utilmente assistita anche durante la stagione della contrapposizione fra opposti steccati ideologici. La diplomazia, inventata non a caso nell’Italia divisa ma vibrante del Rinascimento, è lo strumento indispensabile di ogni Stato moderno. Ma, oggi men che mai, non può essere il toccasana per rimediare alle disfunzioni sistemiche nazionali.