• Primavera raggelata

    Quel che accade in Tunisia non può essere compreso se si crede che la storia cominci due anni fa, con le “primavere arabe”. In quel caso si potrebbe anche supporre che una rivoluzione ha bisogno del suo tempo, che qualche scivolata è da mettere nel conto, che un equilibrio sarà pur trovato. Non è così. La Tunisia è la dimostrazione che quelle primavere non sono necessariamente lo sbocciare di un processo positivo, che non si può leggerle solo con gli occhiali colorati (ed eurocentrici) di chi suppone fossero anelito alla libertà e alla democrazia. Ci fu anche questo. Ma in quel brodo bolle una volontà regressiva pericolosa, che potrà nuocere alla libertà e alla civiltà dei tunisini. Ponendo un problema al resto del mondo.
    L’assassinio di Chokri Belaid, uno dei leaders dell’opposizione laica al governo instauratosi dopo la cacciata di Ben Ali, con le elezioni dell’ottobre 2012, ha portato in piazza una folla laica e provocato uno sciopero generale che ha paralizzando il Paese. Ma a dispetto della sua coraggiosa moglie, la signora Bassma, che proclama la volontà di continuarne la battaglia e incita gli amici in tal senso, ai funerali hanno potuto partecipare solo i maschi, in omaggio alla legge islamica. Non si tratta di un regresso di poco conto, perché a cancellare la doppia legge, civile e coranica, e il doppio regime dei tribunali, affermando la laicità dello Stato, fu Habib Bourghiba, nel 1956. Appena due anni dopo la fine del colonialismo francese e il riconoscimento dell’indipendenza. Qui non si tratta di un tira e molla biennale, di una recente contrapposizione fra ideali di laicità e ortodossia religiosa, qui si compie un salto indietro di mezzo secolo.
    Semmai Bourghiba ebbe in mente un esempio fu quello di Mustafa Kemal Ataturk, che fondò la laica repubblica di Turchia dopo che era stato sconfitto l’ultimo sultano, il cui nome dice molto: Maometto VI. Ben Ali fu il successore di Bourghiba, e governò a lungo con il predecessore ancora in vita. Cadde nel 2011, proprio a seguito della “primavera”. No, non era un principe della democrazia e della libertà, ma un autocrate. Come lo era Hosni Mubarak, in Egitto. I loro regimi ebbero sistemi polizieschi duri, che i manifestanti indicarono come ragione più che sufficiente per cacciarli. Ma, tanto per capire, nei primi tre mesi dell’Egitto governato da Morsi le forze dell’ordine si sono rese responsabili di 43 morti, 88 torturati e 7 stupri. Per restare alle cifre accertate. L’Egitto di oggi è il Paese in cui si moltiplicano le violenze sessuali.
    In Tunisia il governo è sostenuto e l’opposizione combattuta dai salafiti. Fra gli obiettivi che colpiscono non ci sono solo i laici e i non credenti, ma anche gli islamici che non si piegano a questo salto nel passato. E il salto proposto dai salafiti è grande, perché la caratteristica di quella corrente, e lo scopo che si propongono, è quello di tornare ai costumi e al rigore dei primi successori di Maometto. Il mondo che desiderano non è quello della tradizione vicina, di cui hanno memoria, ma quello del VII e VIII secolo. Di cui ignorano tutto, se non quanto impartito loro da maestri dell’oscurantismo e dell’odio.
    La cura salafita viene imposta a un Paese in cui le donne vestivano come da noi e andavano all’università. Questo secondo diritto è ancora teoricamente praticabile, ma i salafiti vogliono che i professori maschi insegnino solo ai maschi e che le studentesse indossino il “niqab”, il velo nero totale, che ne cancella non solo le forme, ma direttamente l’identità. Il rettore dell’università di Tunisi ha consentito il niqab, ma chiesto che venisse tolto all’interno delle aule e comunque nel corso degli esami. E’ bastato questo per farlo finire nella lista nera degli integralisti. Cioè di quei fanatici che si considerano artefici e continuatori della primavera. Una primavera che fa raggelare, nonostante si parli di un Paese che si affaccia sulle coste nord dell’Africa.
    L’unica memoria che intendono far rispettare è quella delle loro allucinazioni, perché hanno anche proibito la tradizionale festa del Mouled, assai popolare, e che sarebbe il compleanno di Maometto. Ma i suoi iniziali discepoli (i “pii antenati”) non lo festeggiavano, sicché per i salafiti è blasfemo. In questo modo la memoria non solo non viene tutelata, e meno ancora esaltata, ma annientata.
    Come si vede, quindi, non si tratta dei mal di pancia inevitabilmente legati a una rivoluzione, ma di un rigurgito possente, nel quale s’annega non solo ogni diritto e ogni libertà, ma anche ogni rispetto dell’essere umano. La domanda è: per quanto tempo noi occidentali possiamo continuare a far finta che si tratti di un fenomeno contraddittorio, ma tutto sommato positivo, magari chiamandolo vezzosamente “primavera”? Perché i Fratelli musulmani considerano i salafiti solo leggermente esagerati, e il confine fra la militanza in quelle fila e la predisposizione al terrorismo di marca quaedista è talmente sottile da non distinguersi. Il che è ancora più inquietante se si pensa che a questa involuzione della storia noi occidentali abbiamo strizzato l’occhio e dato una pacca sulla spalla. Seguendo le indicazioni dei francesi, già maestri nell’ospitare e favorire Ruhollah Khomeyni, quale faro della libertà e martire dello Scià.
    Non si tratta, ovviamente, di rimpiangere autocrazie e dittature. Ma si deve guardare in faccia la realtà terribile del fondamentalismo religioso. Evitando di credere di poterlo mettere al pari delle “idee”, in quanto tali da tutelare e difendere, in omaggio ai principi delle nostre antiche rivoluzioni. Sarebbe peggio di un errore, sarebbe un’idiozia liberticida.