• La vera passione del XX secolo è stata la servitù. In ricordo di Albert Camus

    Albert Camus aveva solo quarantasei anni quando, giusto sei decenni fa, il 4 gennaio 1960, la sua vita si spegneva tragicamente in un incidente stradale alle porte di Parigi. Mai vita fu più breve e più intensa, e sconvolgente, della sua, si potrebbe dire (Il primo uomo, il romanzo pubblicato postumo nel 1994, può considerarsi una suggestiva autobiografia). Chi mai avrebbe potuto immaginare che quel pargolo nato il 13 novembre 1913 in una famiglia poverissima, al limite dell’indigenza, di coloni francesi in Algeria (i cosiddetti pieds-noirs), senza nessuna istruzione e senza nessuna parentela importante, rimasto già qualche mese dopo la nascita orfano di padre e con una madre sordomuta, sarebbe divenuto un giorno uno dei più raffinati e influenti scrittori di ogni tempo, vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1957? È il miracolo della vita, ma anche la cifra di un uomo che intanto riesce ancora a parlarci in quanto la sua cultura era profonda e vera ma non intellettualistica: aveva in spregio la vichiana “boria degli intellettuali” e amava il contatto con la gente semplice. Camus, detto altrimenti, conservò sempre il senso del terrestre e del vitale, con la capacità di andare al concreto dell’esistenza umana. Era esistenzialista, come Jean Paul Sartre, che fu il suo più acerrimo avversario nel campo intellettuale, ma, al contrario di lui e della più parte degli intellettuali del secolo scorso, non si lasciò mai sedurre da quelle idee che, con la scusa di “salvarlo” e ”redimerlo” su questa terra, finivano per asservire ancor più l’uomo che dicevano di voler liberare. Non rispose alle sirene degli opposti totalitarismi. Per Camus l’uomo è solo davanti al suo destino, che lo porterà inesorabilmente alla morte: la condizione umana può a buon diritto essere considerata assurda (La peste, 1947). I rimedi a questa situazione sono tutti vani, e ogni progetto intrapreso dall’uomo è costretto prima o poi a fallire o perire. E l’uomo, come Sisifo, illudendosi, non potrà che cominciare daccapo a risospingere su un macigno senza arrivare mai alla cima della montagna (Il mito di Sisifo, 1942). L’uomo non ha allora che una sola via d’uscita: la Rivolta (L’uomo in rivolta, 1951). Essa non è la Rivoluzione: sia perché non vuole sottomettere i mezzi ai fini per approdare a un indeterminato futuro di felicità, sia perché è rivolta esistenziale e morale e non politica. Camus aborre ogni tipo di violenza, che condanna anche in movimenti, come il Fronte di liberazione algerino, di cui pur condivide gli obiettivi. E condanna anche senza appello la pena di morte: se la natura la commina inesorabilmente a noi tutti, la nostra rivolta a questa assurdità è proprio nel non comminarla a nostra volta. Si viene così a delineare anche l’ideale in lato senso politico di Camus. Egli crede nell’individuo, perché solo in questo modo si può sempre dire la propria con sincerità e ci si può opporre ai dogmi e alle fedi che tradiscono la verità (e che si richiamano a partiti, chiese, ideologie, poteri vari). L’uomo deve poter fare sempre di testa sua, col solo limite di non calpestare gli altri. Camus era indubbiamente un libertario, e fu anche spesso vicino politicamente agli anarchici. Ma il suo individualismo anarchico si fondava appunto sul senso dell’assurdo, ed era quindi nichilistico per una parte. Per un’altra parte, invece, immediato era per lui anche il senso di solidarietà verso gli altri che sono nella nostra stessa situazione, il protendersi naturale verso la comunità. Solitaire, solidaire. Camus era convinto che la felicità non dovesse trovarsi nel futuro, come volevano i rivoluzionari, ma qui nel presente, in certi attimi di felice sensualità e abbandono panìco al mondo. Amava la vita nella sua pienezza e imperfezione. “Come uomo -diceva- avverto il gusto della felicità”. L’ascetismo morale che lo portava a rifiutare la violenza si univa pertanto in lui, abbastanza paradossalmente, alla necessità carnale e sensuale di godersi il mondo e le cose belle della vita: il sole, il mare, la luce, il corpo di una donna…. Amore della vita e disperazione, adesione al quotidiano e consapevolezza dell’assurdo, idealismo morale e realismo tragico: nella tensione sempre aperta fra queste polarità sta tutta la grandezza del pensiero, e anche dell’impegno etico-politico, di Camus. È quello che lui stesso, filosofo asistematico e “irregolare” (la sua filosofia è anche e soprattutto nei romanzi e nel testo teatrale), chiamò “pensiero del Sud o “pensiero meridiano”, rispolverando il mito classico del Mediterraneo, per opporlo al rigido razionalismo e al rigoroso ascetismo del “pensiero del Nord”, quello che per lui ha generato schiavitù e un “mondo d’ombre e di rovine”. “La vera passione del ventesimo secolo è stata la servitù”: in questa frase c’è tutto Camus, maestro (senza retorica) di Libertà.

    (l’articolo è stata pubblicato su “Il riformista” sabato 4 gennaio 2020, a 60 anni precisi dalla morte di Camus)