• Giovanni Ansaldo, un italiano “riluttante” a cinquanta anni dalla morte

    Quando arrivò a Napoli nel 1950 per dirigere “il Mattino”, Giovanni Ansaldo aveva cinquantacinque anni, essendo nato a Genova il 28 novembre 1895 nella nota famiglia di industriali dell’acciaio. Egli aveva però già attraversato da protagonista, e da diversi fronti, il Novecento italiano. Si era deciso per la carriera giornalistica solo in seguito all’incontro con Antonio Canapa, il direttore del quotidiano socialista della sua città, “Il lavoro”, che fu suo maestro e amico. Tanto il suo tocco era lieve e essenziale, quanto la sua cultura solida e profonda. L’ironia e il disincanto scettico facevano il resto. Di lui si erano accorti prima della guerra Gaetano Salvemini, che gli aveva fatto scrivere vari pezzi per “L’Unità”, e poi, subito dopo il conflitto, Piero Gobetti, che ne fece il collaboratore più assiduo delle sue riviste oltre a stringersi a lui con profonda amicizia. Era naturale che nel contesto in cui si trovava ad operare, Ansaldo fosse naturaliter antifascista, tanto da firmare nel 1925 il Manifesto degli intellettuali non fascisti promosso da Benedetto Croce. Il suo però era già allora, come ebbe a definirlo egli stesso, un “antifascismo riluttante”. Non sopportava dei fascisti lo squadrismo, la volgarità, la messa in discussione di quegli equilibri che l’Italia postrisorgimentale aveva faticosamente raggiunto; ma d’altro canto voleva anche tenersi libero dai vincoli ideologici dell’antifascismo, forse perché già ne intuiva certi tratti dogmatici. Fatto sta che dopo essere stato arrestato e mandato al confino a Lipari nel 1927, Ansaldo gradualmente si avvicinò al regime, tanto da diventarne, a partire dal 1936, una delle firme più importanti. Fu in quell’anno, infatti, che assunse la direzione de “Il Telegrafo”, il quotidiano di Livorno che era di proprietà di Galeazzo Ciano, il suocero di Mussolini. Con Ciano ministro degli esteri, Ansaldo fu il cantore delle gesta imperiali del regime. Mussolini lo leggeva quotidianamente e diceva che solo con lui si trovava a poter discutere perché era un uomo libero che faceva sforzi ad essere fascista fino in fondo. Solo opportunismo il suo, allora? Non propriamente. Ansaldo era una sorta di liberal-conservatore, elitario nello spirito ma vicino al senso comune nel modo di vedere le cose. Il suo ideale era l’Italia post-risorgimentale e il suo idolo politico Giovanni Giolitti che, in evidente polemica con il suo maestro Salvemini, definì scrivendone la biografia “il ministro della buona vita”, Era un uomo d’ordine, che cercava la stabilità nei governi: e il fascismo era ora diventato regime. Profondamente scettico, sulle orme dell’altro grande suo maestro, Leo Longanesi, non amava gli afflati politici esagerati. Instaurata la Repubblica, fu messo al bando, fino a quando Alcide de Gasperi non fece inaspettatamente il suo nome per la direzione de “Il Mattino” (la DC controllava il giornale attraverso il Banco di Napoli). Ansaldo restò alla guida del nostro giornale per 15 anni, ritirandosi solo per motivi di salute nel 1965. E a Napoli, divenuta ormai la sua città, sarebbe morto giusto mezzo secolo fa, il primo settembre del 1969. Egli ne accompagnò le trasformazioni lungo gli anni del “miracolo economico”, parlando contemporaneamente ai ceti popolari e benestanti, sempre conservando una misura che ritrovò nella migliore borghesia cittadina e facendo un giornale filogovernativo e pluralista al tempo stesso. De Gasperi lo aveva chiamato a Napoli per contrastare il “populismo” che scorreva nelle vene della città e di cui allora si faceva portavoce l’altro quotidiano partenopeo, il monarchico “Roma”. Ansaldo adempì perfettamente al compito affidatogli, tenendo fermi i propositi manifestati al momento dell’insediamento. Quando, con parole che restano impresse nella storia del giornalismo, scrisse queste parole agli editori: “È chiaro che non sarei per nulla disposto ad accettare istruzioni, indirizzi, pressioni o come con qualunque altro eufemismo si vogliono chiamare gli ordini da parte degli organi governativi o della Democrazia Cristiana stessa. Chi mi chiama alla direzione di un giornale deve fidarsi di me, non può lusingarsi di avermi pronto, con la penna in mano, ad ogni telefonata. V’è poi da tener presente il mio passato politico. Qualunque sia il giudizio che altri se ne dà, è certo che per questo passato mio, io debbo avere, ed ho, il massimo rispetto. Libero da ogni vincolo coi movimenti genericamente denominati neofascisti, libero altresì da ogni forma di quella che si può definire “nostalgia,” io non posso però, senza avvilirmi, rinnegare uomini e principi che un tempo ho servito: e debbo anche evitare l’apparenza di questo rinnegamento. Nessuna apologia, certo, neppure larvata; ma, del pari, nessun vilipendio retrospettivo. Del cosiddetto regime e delle sue responsabilità storiche, parlerò, se del caso, criticamente io”. Uomini d’altra tempi e d’altra tempra, verrebbe voglia di dire. Ed è bello sapere che le più belle pagine della storia del giornalismo italiano son passate da queste parti.
    pubblicato su “Il Mattino” di Napoli venerdì 30 agosto 2019 (con il titolo: La lezione di un anti-populista)