• Ma la democrazia è veramente “malata”? A proposito di due recenti libri

    Il malato è grave, o meglio: la malattia è cronica ed è di complessa decifrazione. Cosa fare allora se non riunire attorno a un tavolo un po’ di intelligenze sparse, divise fra competenze, ruoli, specialismi più o meno postmoderni (influencer, consulenti, accademici, ecc.) e cercare di capire come guarire il malato? Ammesso e non concesso, ovviamente, che il malato sia guaribile. E che, ma questo lo aggiungo io, si tratti di una vera e propria malattia. Premetto che la metafora medica non è una mia invenzione, ma è quella che fa da filo rosso ad uno dei due libri che sono stati lo spunto per il seminario svoltosi a Roma qualche sera fa, sotto la sapiente guida di Andrea Picardi, presso la sede del’ i-Com, l’Istituto per la Competitiività presieduto da Stefano Da Empoli: Demopatia. Sintomi, diagnosi e teapie del malessere democratico (Rubbettino) di Luigi Di Gregorio, una vita a cavallo fra l’accademia e ruoli istituzionali e politici di alta consulenza. I sintomi della malattia sono tutti ben chiari, e coincidono sostanzialmente con l’emergere sempre più irruento di movimenti e idee che mettono in crisi dall’interno il punto di approdo delle nostre democrazie liberali: quello che forse per pigrizia consideravamo acquisito per sempre dopo la caduta del muro di Berlino (la “fine della storia”, come si diceva allora). Si tratta dei movimenti cosiddetti “populisti”, a cui si sono poi aggiunti, quasi come una sottospecie, quelli “sovranisti”. Ed essi, fuori da letture di comodo, sono ben messi in luce, nella loro fenomenologia e nel loro significato, dal secondo volume al centro del dibattito romano: Populo e populismo. Dalla crisi dell’Europa alla rinascita della democrazia. Comecostruire insieme un’Italia migliore (Cairo). Autori ne sono un imprenditore e un acuto giornalista e saggista, entrambi napoletani: Angelo Bruscino e Alessio Postiglione. Ora anche se il primo libro propone nell’ultimo capitolo delle terapie e il secondo parla non di guarigione ma addirittura di una rinascita susseguente alla malattia, la domanda da porsi è proprio questa: ma la malattia esiste per davvero? O meglio; esiste come intervento di un agente patogeno esterno su un organismo sano? Basta semplicemente asportare il cancro, ovviamente sotto la guida di un buon chirurgo, per far tornare tutto come prima? Bene io credo che, proprio seguendo la traccia di questi due interessanti saggi, e integrandoli forse solo con qualche buon classico del pensiero politico e metapolitico, cioè filosofico, si possa cambiare direzione al ragionamento. Più che davanti ad una crisi, ci troviamo infatti di fronte, a mio avviso, ad una “emergenza democratica”. Nel senso però di “emergere”, “venir fuori”: il dèmos, per troppo tempo dimenticato dalle cosiddette élite, a un certo punto reclama i suoi diritti. Siamo o non siamo in un’epoca democratica? Ovviamente, il dèmos, che malato è solo per metafora, lo fa nei modi che gli sono propri: in maniera caotica, confusa, volgare, persino (ahimé!) violenta. E non basta chiamare la polizia. C’è infatti un inconveniente non da poco da considerare: a questa “emersione” di bisogni e diritti troppo a lungo calpestati (prima di tutto quelli di sicurezza e protezione) fa da sfondo uno scenario inedito e sicuramente epocale. Esso affiora dalle pagine del libro di Di Gregorio: viviamo in un’epoca post o tardo-moderna, che in sostanza significa ipermoderna. La modernità, con la sua promessa di emancipazione e benessere individuale, di libertà assoluta, finisce ora che è tutta dispiegata per mostrare la sua incapacità a tener fede alle proprie promesse. La democrazia liberale, che della modernità è il prodotto finale, crea essa stessa le condizioni che ne minano l’esistenza, come ci ricordano Postiglione e Bruscino sulla scia di Leo Strauss. Certo, proporsi di superare l’impasse non è all’umana portata. Né forse vale troppo la pena discettarvi. La “terapia”, per intanto, può essere quella individuata dai due libri: immettere, in qualche modo, nel vecchio organismo “malato” dosi omeopatiche delle “tossine” che ne minacciano l’esistenza; trovare un “equilibrio” fra vecchio e nuovo, e in genere fra le diverse istanze che emergono dalla lotta politica in corso fra vecchie e nuove élite (il cosiddetto “popolo” per intenderci). Si tratta, a ben vedere, di “terapie” congiunturali e non strutturali. E, d’altronde, le alternative di struttura, come le tragedie novecentesche hanno ampiamente mostrato, non solo non sono possibili o alla nostra portata, ma nemmeno auspicabili. Che fare allora? Siamo troppo laici e antimetafisici per pensare o credere che un “Dio possa salvarci”, ma forse già non cominciare più a ragionare in termini di “salvezza” e “perdizione”, di “malattia” e “sanità”, potrebbe essere un buon passo laterale. E se la crisi della democrazia stesse tutta nelle nostre teste? In primo luogo, nella nostra yùbris prometeica che vorrebbe dire al mondo come e dove andare. Convivere con la malattia, è già sentirsi un po’ più sani. Ma certo non bisogna mai stancarsi di interrogarsi.