• Il cortocircuito tra giustizia e informazione

    È solo una coincidenza ma la notizia dell’archiviazione dall’accusa di corruzione per Roberto De Luca, il figlio del governatore della Campania, giunge proprio nei giorni in cui il dibattito su giustizialismo e garantismo ha raggiunto una nuova punta di massima. Vuoi per la riconferma nel secondo governo Conte del ministro Alfonso Buonafede, estensore di un progetto di legge che francamente annulla molte garanzie per gli imputati, vuoi per la bocciatura ,avvenuta ieri l’altro a scrutinio segreto, da parte del Parlamento, della richiesta di arresto di un suo esponente: l’onorevole Diego Sozzani. Come è noto, il giustizialismo è nel DNA costitutivo della forza di maggioranza relativa, i Cinque Stelle, che in esso trovano ancora oggi uno dei pochi appigli identitari sopravvissuti alla prova del governo. Il giustizialismo è però uno dei più potenti veleni che inquinano, da un quarto di secolo a questa parte, la nostra vita civile, anche grazie al cortocircuito che si crea fra le inchieste dei magistrati e la loro diffusione per via giornalistica. Se è indubbio che il pubblico cerchi la notizia forte per soddisfare il proprio risentimento nei confronti della “casta”, è pur vero che a maggior ragione gli operatori della comunicazione dovrebbero essere molto più responsabili. Di fronte al rischio di rovinare la reputazione di un politico, o di un qualsiasi cittadino, prima di diffondere una notizia bisognerebbe essere molto accorti e si dovrebbe sempre sottolineare quel principio cardine della civiltà liberale che è la “presunzione di innocenza”. Tanto più che un eventuale assoluzione o, come nel caso in questione, archiviazione di una accusa, per la logica stessa dei mezzi di comunicazione, fa meno notizia di una imputazione che diventa, in pasto al pubblico, una quasi colpevolezza. Lo scenario diventa ancor più inquietante se, come nel caso capitato a De Luca jr., si scopre che l’accusa era stata costruita in modo sofisticato a tavolino con la produzione via video di quella che sembrava una prova inconfutabile. E servendosi addirittura, come nei peggiori regimi totalitari, di agenti provocatori che registrano incontri e poi diffondono video opportunamente tagliati e taroccati. Ovviamente, i colpevoli della macchinazione ora saranno indagati e probabilmente incorreranno nei rigori della legge. Crediamo però che la vera battaglia il garantismo la possa vincere, in questo e in mille altri casi noti e meno noti, solo se nella pubblica opinione si diffonde una nuova consapevolezza. A mio avviso, bisognerebbe agire pedagogicamente, sin dalle scuole elementari e medie, lungo due direttrici educative. Da una parte, occorrerebbe infatti educare ai principi della civiltà liberale, a cominciare da quello che recita che è meglio un colpevole a piede libero che un innocente condannato. Siamo o non siamo la patria di Cesare Beccaria? Dall’altra, bisognerebbe anche diffondere sempre più la consapevolezza sulle modalità di funzionamento di vecchi e nuovi media, aiutando a smontare sin dall’approccio quotidiano di ognuno le notizie che si presentano con una impronta di “sensazionalismo”. E capendo che oggi anche ciò che sembra a tutti gli effetti “reale”, può essere il prodotto di una abile una costruzione della notizia compiuta dai più raffinati strateghi della comunicazione. Anche in questo caso, il terreno è preparato dalla nostra cultura nazionale: non è dato forse rinvenire in molti classici della nostra letteratura, a cominciare dal Giuseppe Prezzolini che voleva fondare una “società degli apòti”, quella vena di scetticismo e disincanto che non può non accompagnarsi a una visione realistica delle cose del mondo?
    (pubblicato su “Il Mattino”, venerdì 20 settembre 2019)