• Sabato sera finisce la Questione Morale. Introduzione ragionata alla visione di Matteo Renzi ad «Amici» di Maria De Filippi.

     

    Post per prepararsi alla visione e ai postumi di Matteo Renzi vestito da Fonzie che arringa i giovani di Maria De Filippi, infondendogli speranza o qualcosa del genere. Si articola come una genealogia minima (da leggere anche a puntate) che prova a incorniciare meglio il guanto di sfida, anzi il giubbotto di pelle, lanciato contro la diversità della sinistra dal sindaco di Firenze. Che poi Renzi si è già difeso rivendicando «il diritto e il dovere di parlare ai ragazzi che seguono Amici, che non sono meno italiani dei radical chic che mi criticano». Insomma, potrebbe finire qui, ma non basta. Perché, siamo seri (flashback):

     

    «Ma che ce frega a noi dei desideri delle masse?»

    Roma, 1973. Esterno giorno, dentro un super 8 sgranato. Luciano è un militante confuso. Passeggia con un compagno, discutono di politica. Il compagno dice: «per stabilire un legame con le masse dobbiamo agire in conformità con i loro bisogni». Mmh. «Sì, certo i desideri delle masse…ma perché facciamo politica? Per le masse?…Ma siamo seri, ma che ce frega a noi dei desideri delle masse?». Schiaffone in faccia del compagno (al ralenti).

    http://www.youtube.com/watch?v=zwE7Wnw82oQ

    Il problema di Luciano è che non gliene frega niente delle masse, ma è comunista. Perché è diventato comunista se non gliene frega niente delle masse? «Perché penzo che sia ggiusto….uno…», dice iniziando un elenco strascicato che non sa come proseguire. Le masse, intanto, guardano Mike Bongiorno in Tv. Luciano si sente solo.

    http://www.youtube.com/watch?v=K3f6h0gtYzM

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    Questione Morale for Dummies

    Roma, 28 luglio 1981. L’intervista di Scalfari a Berlinguer si intitola, I partiti sono diventate macchine di potere. Si parla di costruzione «seria» del socialismo tra analisi implacabili e varie lungimiranze. Si denuncia con grande lucidità il male strutturale dello Stato italiano (un Paese con istituzioni deboli schiacciate dal primato della politica e occupate dai partiti). E le cause? – incalza Scalfari – me ne dica una: «Dico», risponde Berlinguer, «quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi». Berlinguer ce l’ha con la «democrazia amputata», con l’esclusione del PCI dal governo nella logica della guerra fredda. Ma di tutto il lungo ragionamento restano due concetti soli e inseparabili: «Questione Morale» e «Diversità». Siamo diversi, cioè ci fossimo stati noi non staremmo qui a raccontare questo sfascio. Berlinguer però è cauto. Dice cose come: «Per-una-risposta-chiara-alla-sua-domanda-elencherò-per-punti-molto-semplici-in-che-consiste-il-nostro-essere-diversi-così-spero-non-ci-sarà-più-margine-all’equivoco», ma l’equivoco resta, eccome. E si espande come un buco nero nell’universo della sinistra. Nasce una nuova prospettiva di alterità dentro un immaginario politico già disponibile alla dimensione messianica. Via il mito della Rivoluzione, dentro la Questione Morale come religione civile e il gioco è fatto. Non avremo mai la maggioranza degli elettori, ma siamo il popolo eletto. Sull’analisi storica, concreta (e ampiamente discutibile) di Berlinguer, discende lo Spirito Santo di una diversità etica e morale che irradia tutto e SOLO il “popolo della sinistra”. Si gettano le basi di un «razzismo etico», scriverà (esagerando un po’) tanti anni dopo Ricolfi. «Una verità sostanziale, ma dal tono moralistico, settario, una superiorità da eletti, da puri», scriverà invece nei giorni dell’intervista Alessandro Natta. E Luciano?

     

    «Siamo come gli altri ma siamo diversi»

    Roma, 1989. Luciano adesso si chiama Michele. E alla fine di quello che resta di gran lunga il miglior film di Nanni Moretti mette in scena tutta la schizofrenia del sentirsi diversi (cioè meglio degli altri) e del voler essere uguali (votateci, fidateci, fateci governare, siamo come voi). Ma siete diversi o siete come noi? «Siamo diversi ma uguali…la gente è infelice, è troppo infelice e aspetta noi…e noi sappiamo dove andare». Dove? Michele si schianta con la sua auto in un fosso, però si salva e riesce a vedere il Sole dell’Avvenire di cartone che illumina il Circo Massimo, come la brutta scenografia di un concertone con Venditti e Fiorella Mannoia o le celebrazioni di uno scudetto della Roma. Una metafora struggente. Forse troppo. Tanto che il primo commento che oggi compare su YouTube sotto la scena, riassume il tutto con una constatazione lapidaria: «La Uno è di una solidità impressionante».

    http://www.youtube.com/watch?v=D-J38XGB4cI

    Dirà qualche anno dopo, fermo al semaforo in sella alla vespa: «Guardi, non è che non credo nelle persone, non credo nella maggioranza delle persone, starò sempre a mio agio con una minoranza…». Va bene. Ma insomma, è finita la guerra fredda, la “democrazia amputata” e non si governa neanche adesso? No.

     

    Moretti minoranza   «Gente austera per necessità»

    Fazio, 2006. Prima serata. Passano 25 anni e Scalfari ci torna su. Chi meglio di lui. Il popolo della sinistra «non è superiore», dice. Finalmente. Ma non fai in tempo ad aspirare l’acquiescenza della secolarizzazione che lui subito aggiunge: «Però è diverso». Mmh. E perché? «Perché è gente austera per necessità, che paga le tasse. Perché la sinistra ha una sensibilità particolare sulle cose di tipo morale…perché discende da operai, impiegati e intellettuali radicali e liberali». Austera-per-necessità. E qui il pensiero corre a tutto quel popolo della sinistra che tanto popolo non è, e che l’austerità la pratica non per necessità ma per un groviglio morale, per un innato senso di colpa o dell’eleganza o, ci risiamo, per una diversità antropologica. Austera per la necessità di non mischiarsi coi fracassoni che urlano al telefono e si divertono coi balli di gruppo. E dire che quando Berlinguer andò a Mixer, nel 1983, a domanda ritmata di Minoli: «Qual-è-l’accusa-insomma-la-critica-che-più-le-dà-fastidio?» lui rispose preciso e pensieroso: «Che sono triste…perché non è vero». Risentitela, è una cosa che fa commuovere».

    Berling Mix

     

    Us and Them

    Ci fu il risotto del ’97, cucinato da D’Alema in maniche di camicia e grembiule per le telecamere di Bruno Vespa. Ci fu Fassino, ospite di Maria De Filippi a C’è Posta per Te. Ci commosse ritrovando Elsa, la tata di famiglia – anzi «la signora che stava in casa con noi», come disse lui. Era impacciato ma molto motivato: «Trovo che sia un tratto di normalità partecipare a queste trasmissioni, anzi direi di civiltà». Così disse Fassino. Non altrettanto i tanti elettori di sinistra inorriditi dalla partecipazione di Matteo Renzi ad Amici. Se vuole governare, vada da Napolitano invece che dalla De Filippi, gli rinfaccia pure Mentana. Dov’è lo scandalo? Dice che è il giubbotto di pelle da Fonzie. Il grembiule di D’Alema era un accessorio d’obbligo; Fassino era vestito come a un matrimonio o a un funerale. E poi anche il format non va bene. La De Filippi di Fassino era quella della “nostalgia” e del passato che ritorna, tutta roba che a sinistra è stata ampiamente sdoganata da Fazio. Amici, invece, è un cumulo di disvalori. Per carità. Ma il punto è un altro. D’Alema e Fassino avevano pur sempre l’aria di passare lì per caso, di concedersi dall’alto. Renzi, vestito così, sembra proprio uno-di-loro.

    D'alemaTV: FASSINO A 'C'E' POSTA PER TE' RIVEDE VECCHIA TATA.  NON LA VEDEVO DA 40 ANNI, E' STATO EMOZIONANTEMatteo-Renzi_470x305

    Era profetico Berlinguer denunciando lo strapotere della partitocrazia italiana che aveva occupato ogni spazio del Paese. Ancora più profetico era il timore di Natta che, nei giorni dell’intervista di Scalfari sulla Questione Morale, diceva: «C’è il rischio che la condanna appaia generale e sommaria, che il metro di giudizio risulti quello morale e non quello politico… che la contrapposizione tra gli altri e noi diventi così profonda da non lasciare margine a nessuna politica, da isolarci, da alimentare una intransigenza morale, una denuncia radicale ma sterile».

    Eccoci qui. Us and Them. Con l’aggravante dei giovani (turchi o meno) che per traiettorie edipiche che non staremo qui a, devono dimostrare ai Padri immaginari da cui «discendono» di essere ancora diversi, anzi di più.

     

    Amici

    Ecco perché sabato sera finisce la Questione Morale, in prime-time, su Canale 5. Renzi lo aveva già detto tempo fa: «La diversità etica della sinistra  non esiste. Ci sono buoni e cattivi politici». Ma lo aveva detto anche Bersani. Nei fatti però c’è. E un conto è dire che non esiste più, altro è mettersi un giubbotto di pelle e andare ad «Amici» di Maria De Filippi. I giornali hanno già riportato il succo del suo monologo, cioè una serie di ovvietà sulla speranza e i giovani. Ma non è il messaggio. È il medium che conta. Si dirà: ma per provare a prendere un po’ di voti dei giovani e del Sud, ci voleva tutto questo baraccone? Forse sì, forse no. Ma in ogni caso c’è anche dell’altro. L’amico militante di Luciano avrebbe detto: Per stabilire un legame con l’Italia dobbiamo agire in conformità con l’ammissione dell’esistenza di un’altra metà del Paese, che poi sarebbe quella che abbiamo sempre schifato.