• «La Media Educación». Sulla genealogia di scienze della comunicazione raccontata attraverso «Repubblica» ad uso e consumo di chi ormai non può più farci niente [post un po’ lungo]

     

    Lost Generéscion

    La storia è nota. Prima di diventare l’epitome del maledettismo letterario, la formula «Lost Generation», suggerita a Hemingway da Gertrude Stein, risuonò nel garage parigino dell’autrice di Tender Buttoms. Pare che il giovane meccanico di turno fosse una schiappa e non essendo riuscito a riparare l’auto della ricca americana fu sgridato dal suo capo: “siete tutta una generazione perduta!”. La Stein, che aveva il senso del marketing, vide subito il potenziale della frase e la riferì al suo protégé che l’avrebbe immortalata nelle pagine di Fiesta.

    Dopo una lunga parabola  la formula rievoca pian piano il suo senso originale: una generazione perduta non già per il trauma della prima guerra mondiale, l’alcool, l’eroina, la crisi del ’29, il beat, il punk, il grunge, la crisi. Perduta perché anziché al fronte l’abbiamo mandata a Scienze della comunicazione o al Dams e oggi si trova a spasso o depressa o costretta a fare cose che non sa, non può, non vuole fare. Dice ma non è vero, questo è un pregiudizio. Anche io lo penso, Qui però interessa capire come ce la raccontavamo ai tempi, a partire da una rapida rassegna stampa degli archivi di «Repubblica», all’epoca tra i più entusiasti sostenitori della svolta comunicazionale del sapere e del lavoro.

    Prima di diventare un’«amenità» (copyright Gelmini 2005) o il simbolo di un abbaglio epocale, le variegate scienze della comunicazione furono difatti una promessa di felicità assai spinta dallo stesso giornale che oggi se la prende con il precariato imposto dal “liberismo sfrenato”. All’epoca, invece, la  società dei servizi era lì dietro l’angolo che ci aspettava al suo stadio più sfolgorante, quello in cui smettevamo tutti di fare lavori tediosi e pesanti per diventare creatori d’immagine, brand manager, organizzatori di eventi e mass-mediologi. L’intera nazione – già di per sé ad alto tasso di creatività –  che sboccia in una futuristica Repubblica delle idee o al limite degli uffici stampa.

    1991

    Torniamo allora all’alba degli anni Novanta, quando ci lamentavamo che «i costruttori d’immagine purtroppo sono ancora pochi, ma la loro professione è destinata a soddisfare una domanda in continua crescita»; quando «non esiste ancora un corso universitario specifico, anche se qualcosa si sta muovendo» [La Repubblica, giugno 1991].

    L’attesa era stata lunga, ma al neodiplomato che ora sfogliava la «guida alla scelta della facoltà» finalmente gli si parava davanti uno squarcio di futuro. Un futuro che era «arrivato sul filo di lana»:

    «Ci sono delle novità che potrebbero cambiare il futuro di molte matricole che varcheranno nei prossimi giorni, per la prima volta, i cancelli dell’università. Un corso di laurea nuovo di zecca anche se atteso da tempo . Proprio sul filo di lana, il ministero dell’ Università è riuscito a varare i decreti che istituiscono «Scienza delle comunicazioni» [al singolare] tra queste matricole ci saranno probabilmente alcuni futuri giornalisti della carta stampata e della tv, capaci di maneggiare un computer con disinvoltura per scrivere un articolo o di parlare agevolmente davanti a una telecamera» [marzo1991].

    Messa così sembrava un concorsone Rai aperto a una generazione. Bisognava aggiustare il tiro, infilarci almeno la parola «azienda» che si trascina con sé lo spettro semantico di oscuri lavori d’ufficio senza luci della ribalta attorno, ma ormai era fatta:

    «Scienze della comunicazione NON [maiuscoletto originale nel testo ndr] garantisce automaticamente un’occupazione ma di certo è un passo in avanti verso il lavoro. Il nuovo corso di laurea attivato con un Decreto del ministero dell’ Università dello scorso ottobre, è stato infatti disegnato per favorire la formazione di professionalità sempre più richieste dal mondo economico e produttivo: i cosiddetti ‘comunicatori d’ azienda’ , veri e propri esperti nell’ arte di rendere più fluido e incisivo il passaggio di informazioni, sia all’ interno dei vari settori aziendali che tra l’azienda e il mondo esterno» [aprile 1992].

    Ricapitolando, le aziende iniziavano a sparire ma noi formavamo i comunicatori d’azienda perché: «in futuro si avrà bisogno di sociologi: nelle imprese, i soli ingegneri non bastano più» [maggio 1994].

    L’eco di Eco

    Com’è noto, tra gli ideologi della mastodontica operazione ministerial-semiotico-professionalizzante c’è Umberto Eco.C’è voglia di rilanciare l’ormai affievolita sperimentazione del Dams (un giorno bisognerà scrivere qualcosa sugli occulti progetti di ingegneria sociale intrinseci alle rigenerazioni accademiche del professore che la sera legge Kant).

    Insomma, dice Eco che Scienze della comunicazione non sarà l’eco del Dams. Qui non si «crea» né si distrugge, qui si cavalca semmai la ricaduta fattuale di quanto teorizzato ai bei tempi delle sbornie semiologiche, del messaggio e del codice, delle disforie e dell’euforie. Là dove c’erano l’anti-edipo, la storia del Sitar, i mimi concettuali, gli sfiancanti allenamenti di Grotowsky e Andrea Pazienza, arriva l’assertività cibernetica della comunicazione-efficace, che uno scatta sull’attenti e si annoda la cravatta, altro che indiani metropolitani. C’eravamo sbagliati, è l’«immagine», non l’immaginazione, che va al potere. Va bene. I futuri scienziati della comunicazione si scrollano via il polveroso struggimento romantico delle arti superiori e inferiori dei Dams. Il giorno dell’inaugurazione è un trionfo, un assedio:

    «Il presidente del corso di laurea in Scienze della Comunicazione di Bologna cerca di fronteggiare l’ assalto di 1800 ragazze e ragazzi che vogliono diventare suoi allievi. “L’ Università non è un ufficio di collocamento – sorride Eco, mentre i ragazzi prendono posto in aula -. Però una cosa è certa: da questo corso possono nascere venti mestieri che non esistono ancora. E questi ragazzi li inventeranno”» [settembre 1994].

    Perché poi proprio «venti» non si capisce. E anche questa cosa di inventare il Know-how prima, e il mestiere poi, poteva suonare un po’ sospetta. Ma andiamo avanti. Perché mentre noi oggi stiamo qui a chiederci dove li mettiamo e cosa ci facciamo con tutti questi scienziati, il professor Eco a metà anno accademico l’aveva già capito.

    L’illuminazione gli viene nella fatidica campagna elettorale del 1994. Li raduna tutti nell’aula magna dell’Università di Bologna e fa calare su di loro l’investitura di una missione epocale:

    «”Signori, è come nel ‘ 48, c’è una barriera di civiltà, qui se non passa l’ala progressista vedremo i cosacchi abbeverare le telecamere in piazza San Pietro”. Esuberante, vocabolario in libertà, bottone dei Progressisti a mo’ di fermacravatta, il semiologo ha impartito due sere fa energiche disposizioni ai quattrocento assiepati nell’ aula magna dell’ Università di Bologna: “Allora ragazzi, smettiamo di farci delle seghe, da domani vi mettete al lavoro diciotto ore al giorno, perdio, per convincere il tassista e l’ avvocato del piano di sopra. Gli argomenti ve li dò io”» [marzo 1994].

    Nonostante i tagli sulle seghe, è andata come è andata. La sconfitta, diciamolo, era un pessimo inizio per gli scienziati della comunicazione allevati a Bologna. Però una cosa va riconosciuta. Lì Eco aveva avuto almeno il buon gusto e l’eleganza di inserire il fatidico «numero chiuso». Il numero-chiuso? E perché mai?:

    «La Sapienza punta sul boom del corso di laurea in scienze della comunicazione, da quest’ anno non più a numero chiuso. Nonostante le difficoltà di bilancio, il mega-ateneo non ha aumentato le tasse neanche per adeguarsi all’inflazione» [giugno 1999]. Praticamente un suicidio non assistito, anche se il tono qui era veramente euforico, tipo:

    «Lo stesso ateneo si affida al fascino del corso di laurea in musica: il Dams, disciplina delle arti, della musica e dello spettacolo, con specializzazione in musica moderna e elettronica. Non basta: ogni studente avrà a disposizione una casella postale informatica gratis» [giugno 1999].

    Il quarto Status

    Capitava di leggere i primi resoconti del vissuto dei nuovi scienziati:  «“Domani ho l’ esame di Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico, la cattedra di Michele Santoro“, confessa Sandro, che canta pure in discoteca» [giugno 1997]. Insomma, a mettergli il numero chiuso ti si stringeva il cuore. E poi la determinazione non mancava:

    «Antonello, 24 anni, quartiere Eur, speaker a Radio Città Futura, ha frequentato il classico al Vivona e sta spesso dietro al computer. Sul questionario ha scritto: “Cosa farò da grande? Qualsiasi cosa. In che senso? Un lavoro che mi faccia sopravvivere, non in ufficio, ma che abbia a che fare con informatica, musica o spettacolo”. Antonello ha un paio di occhiali grigio-metallizzato alzati sul cranio rasato, maglietta con il logo dei Beastie Boys ma oltre all’ hip-hop ascolta anche techno (colonna sonora dei raduni rave), reggae e pop elettronico. Buona fortuna» [giugno 1997].

    E oltre ai Beastie Boys e agli auguri di Repubblica, Antonello poteva contare sulla benedizione del professor Asor Rosa sempre lungimirante:

    «È  difficile non riconoscere che l’ esplorazione lungo le numerose interfacce proposta  dalle Scienze della comunicazione costituisce una scommessa entusiasmante intorno alle possibilità di definire un nuovo status del sapere umanistico e, al tempo stesso, una maggiore flessibilità e polivalenza dei laureati sul mercato del lavoro» [luglio 2000].

    «Oggi è un giorno di festa»

    Eppure. Eppure sarebbe bastato che il professore palindromo fosse andato a sentire la discussione della prima tesi del primo laureato in Scienze della Comunicazione, il 5 luglio del 2000, all’Università di Palermo. La presentava Angelo Meli di anni 38, già redattore economico del Giornale di Sicilia. Non proprio il simbolo di un radioso futuro di giovani comunicatori con la maglietta dei Beastie Boys, ma non importa, per la nazione tutta era un giorno di festa, il traguardo di uno sforzo colossale di ammodernamento. Di quel giorno si scrisse:

    «Oggi è un giorno di festa: laureiamo il primo dottore in Scienze della Comunicazione dell’Università italiana; speriamo che ne seguano tanti altri. Da parte nostra ci stiamo attrezzando per rendere il corso sempre più rispondente alle esigenze del mercato del lavoro nei settori giornalistico e aziendale”»

    Ma la tesi, dicevamo. Come un’immagine dialettica in cui s’aggrumano i conflitti e le tensioni di un’epoca, le tracce del passato e del futuro, le allegorie della Storia e tutte le talmudiche visioni che facevano girare la testa a Walter Benjamin. Ecco di cosa parlava la tesi di Angelo Meli:

    «Il laureando ha presentato una tesi sui disoccupati ultra trentenni. “È un fenomeno interessante da studiare” – dice Meli – perché questa categoria di persone è destinata a restare senza lavoro a vita, visto che le agevolazioni escludono chi ha un’età superiore ai 32 anni. Passerà direttamente dal non lavoro alla pensione. È triste».

    È triste.