• «Siamo figli di Pasolini, fratelli di Tarantino». Il giorno che “Pulp Fiction” arrivò in Italia.*

     

    Pulp Fiction arrivò in Italia il 16 dicembre del 1994, all’alba della fine del primo governo Berlusconi. Al cinema davano Il re leone, Quattro matrimoni e un funerale e The Mask. Il cinepanettone era a forma di peplum (SPQR 2000 anni fa), il film che faceva discutere, Natural Born Killers, di Oliver Stone. Il soggetto però era di Tarantino. L’aveva scritto anni prima, quando faceva il commesso in un videonoleggio di Manhattan Beach, nei sobborghi di Los Angeles. Poi era riuscito a piazzarlo, così era finito nelle mani di Stone.

    I giornali tendevano a sovrapporre Pulp Fiction a Natural Born Killers per l’inusitata «violenza gratuita» che entrambi i film mostravano in modo «ambiguo e compiaciuto», come si scrisse allora. Stone era all’apice della sua carriera, Tarantino invece non lo conosceva nessuno (a parte i cinefili che erano andati in estasi per Le iene).

    All’uscita dal cinema la maggior parte degli spettatori si chiedeva anzitutto due cose: in quale buco temporale fosse finito John Travolta (che a metà film viene crivellato di colpi, ma nel finale se ne va a spasso in bermuda fuori dal diner, dove inizia la storia) e, ovviamente, cosa contenesse la valigetta.

    Per la prima domanda bastava rivedersi il film facendo attenzione alle ellissi temporali. Ma la seconda innescò un fiume di ipotesi deliranti che la diffusione di internet avrebbe rilanciato all’infinito. La valigetta conterrebbe «l’anima di Marsellus Wallace», per via della combinazione «666». Altri giurano che dentro ci sia la sceneggiatura del film.

    Questa ossessione per il contenuto della valigetta era infondo un tentativo di recuperare una traccia di significato. Con Natural Born Killers era più semplice. Nel film di Stone, la violenza cieca poteva ancora piegarsi alla logica del cinema d’autore con il carico di accuse verso la società americana, lo strapotere dei media, il vuoto di valori e quella roba lì. Si innescava il dibattito. Lo stesso che invece Pulp Fiction si lasciava allegramente alle spalle. E mentre cercavi di capire cosa volesse dirti questo tizio che sembrava cresciuto tra muri di vhs, pizza fredda nel cartone, fumetti e surf-music, ti attaccavi alla valigetta. Gli spettatori più lungimiranti furono quelli che non si chiesero nulla. Che intuirono l’inutilità di domande del genere, davanti a un film del genere. Ma che «genere»?

    «L’Unità» di Veltroni lo definiva un film «satirico» (gli dava “due stelle”, una in meno del Re Leone). Nelle recensioni scorrevano fiumi di «metacinema», «Panorama» schedava i critici attorno al quesito “Vi piace Pulp Fiction?”, «La Stampa» invitava tutti a un più ecumenico, Siamo figli di Pasolini, fratelli di Tarantino. E poi c’era il TAR del Lazio.

    Insensibili al «metacinema», i giudici confermavano il divieto ai minori di 18 anni con una sentenza in cui si toglievano pure la soddisfazione di sottolineare la «carenza di ironia» della scrittura di Tarantino.

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    Un anno dopo, la quarta sezione del Consiglio di Stato darà invece ragione a Cecchi Gori. La falda si apre con una nuova interpretazione della scena «in cui il sangue entra nel cilindro dell’ iniezione e si confonde con la parte residua della droga in soluzione». A guardarla bene, dicono i giudici di Palazzo Spada, non fa venire mica voglia di drogarsi, anzi «induce  nello spettatore un sano senso di repulsione». Tanto che, nel natale del 1994, al cinema Adriano di Roma portano via uno spettatore in ambulanza colpito da infarto mentre vedeva John Travolta trafiggere il cuore di Uma Thurman con l’iniezione sternale di adrenalina.

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    La sera andavamo al «Jack Rabbit Slim’s»

    Le celebrazioni di Pulp Fiction iniziarono subito. Prima i cinefili, quelli cui il regista strizzava l’occhio, entusiasti di ritrovare una mossa di Kung-fu, un calco da un horror italiano o da un B-movie coreano. Orde di studenti del Dams scoprivano Roma a mano armata o Il figlio di Django, e altra roba che noi avevamo ampiamente schifato o di cui ci era mancata la cognizione del piacere. Poi sono arrivati gli intellettuali. C’hanno messo dentro i simulacri di Baudrillard, il dripping di Pollock, Lichtenstein, la «fine della Storia». Era tutto un learning from Las Vegas, Edwige Fenech e Sergio Corbucci non bastavano più.

    Decifrare e riconoscere quella massa informe di citazioni (che Tarantino preferisce chiamare «furti»), riportarle alla loro fonte originaria era ed è un esercizio entusiasmante e inutile. E l’elenco delle cose che stavano dentro Pulp Fiction è talmente lungo che si farebbe prima a dire cosa non c’era. Una cosa che di sicuro mancava era il messaggio. Un significato, satirico o meno, nascosto nella valigetta oppure no, ma comunque in grado di ordinare quell’universo midcult esploso in mille pezzi. Un universo che ruota attorno al diner.

    È lì che si svolgono le scene migliori dei film di Tarantino. «Se dovessi dirigere una Figlia di D’Artagnan o anche un film preistorico, ci sarebbe sicuramente una scena in un ristorante», dice Tarantino. Anche quando i personaggi stanno seduti a tavola dentro una vecchia locanda della Normandia, come in Bastardi senza gloria, stanno pur sempre in un diner americano. E l’Ur-diner è il «Jack Rabbit Slim’s», il ristorante con i camerieri sosia di Marylin, Zorro, Dean Martin (c’è anche Steve Buscemi che fa Buddy Holly), lì dove ballano John Travolta e Uma Thurman in una scena che ormai è più famosa del bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi. Il «Jack Rabbit Slim’s» sta a Tarantino come l’Overlook Hotel sta a Kubrick. Luoghi inventanti di cui parli come se ci fossi stato. Il diner è un’ossessione seconda solo a quella per il bagagliaio dell’auto. Ogni grande regista deve avere una sua inquadratura feticcio che funziona come una firma, un marchio di stile che ritrovi in ogni film. Kubrick ha le carrellate, Hitchcock la soggettiva. Tarantino ha l’inquadratura dal portabagagli, con la macchina da presa piazzata dentro il cofano dell’auto. Non si può avere un punto di vista sul mondo se si guardano le cose da dentro un portabagagli.

    L’illusione che dietro Pulp Fiction ci fosse una morale della favola non veniva risucchiata nell’oscura valigetta, ma nel portabagagli da cui vediamo Vincent e Jules prendere le armi.

    L’idea che in un film ci sia sempre l’assunzione di un punto di vista anche morale non vale più per la cultura che Tarantino raccoglie e rilancia. “Cultura del disimpegno” disse subito qualcuno. Sì, sì, certo. Però Pulp Fiction sbalordisce ancora oggi per ritmo e idee. Natural Born Killers è invecchiato parecchio male.

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    *Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul settimanale “Gli Altri” ormai parecchi mesi fa, in occasione di uno speciale su “Django”, ma la ricorrenza esatta è ora, quindi lo rimettiamo on-line.