• Un appello per la filosofia o della necessità dell’inutile

    L’Appello per la filosofia promosso da Roberto Esposito, Adriano Fabris e Giovanni Reale e pubblicato sul sito dell’editrice La Scuola mette il dito in una “piaga” che, da diversi anni, regolarmente si riacutizza ogni qualvolta sia in questione (e in discussione) la riforma degli ordinamenti scolastici e, specificamente, dei Licei. Disciplina superflua da tagliare, comprimere, ridurre, per lasciare il dovuto spazio a “saperi” ben altrimenti utili, certamente più in linea con un pensiero dominante orientato verso il know-how? Oppure insegnamento da potenziare, da introdurre anche negli indirizzi tecnici, se non altro in forma “settoriale”, come “filosofia di”, del lavoro, dell’economia, della scienza? La posizione assunta dagli estensori dell’appello è chiara e costituisce, al tempo stesso, un’apologia dell’insegnamento della filosofia (dalle scuole superiori all’università) e una critica, sintetica ma serrata, del pensiero unico modellato sulla supremazia delle procedure tecnologiche: «Questo, per la filosofia e per la cultura umanistica in generale – scrivono Esposito, Fabris e Reale – è un momento non facile. Prevale un’ideologia tecnocratica, per la quale ogni conoscenza dev’essere finalizzata a una prestazione, le scienze di base sono subordinate alle discipline applicative e tutto, alla fine, dev’essere orientato all’utile. Lo stesso sapere si riduce a una procedura, e procedurali ed organizzative rischiano di essere anche le modalità della sua costruzione e valutazione. Un conoscere è valido solo se raggiunge specifici risultati. Efficacia ed efficienza sono ciò che viene chiesto agli studiosi: anche nell’ambito delle discipline umanistiche». Con la conseguenza che l’opzione per il sapere “utile” comporta la rinuncia alla nostra tradizione, «alle molteplici espressioni della nostra umanità», tanto da esser diventati «tutti più poveri nella riflessione e nella capacità critica. Si tratta di un problema che interessa anzitutto la dimensione educativa. Ma più in generale ne va del ruolo che, nel nostro paese, può giocare la dimensione della cultura». Da qui l’esortazione (quasi) conclusiva: «È necessario cambiare rotta. È necessario contrastare questa deriva. Lo si può fare anzitutto bloccando i progetti che riducono o addirittura eliminano lo spazio della filosofia nell’istruzione secondaria e nell’insegnamento universitario. Lo si può fare chiedendo al nuovo governo impegni precisi: non solo per l’ammodernamento delle strutture scolastiche e universitarie, ma anzitutto per il sostegno e il rilancio di una cultura autenticamente umanistica, come sfondo all’interno del quale anche la ricerca scientifica e tecnologica acquista significato». L’appello scaturisce anche da uno stretto legame con l’attualità, nella quale, come osservano i suoi estensori, si assiste alla sparizione della Filosofia teoretica da numerosi corsi universitari di Scienze dell’educazione e a una ventilata riforma del ciclo della scuola secondaria superiore che, con la riduzione del corso di studi a quattro anni (al posto degli attuali cinque), inevitabilmente condurrebbe a una parallela riduzione dello studio della filosofia a un solo biennio (in luogo dell’attuale triennio).

    Di fronte a questo stato delle cose la tentazione potrebbe essere quella (ancora una volta) di rivendicare, con argomentazioni varie, l’utilità della filosofia o, per riprendere il titolo di un libro recente di Nuccio Ordine, l’utilità dell’inutile. Ma, a ben vedere, forse anche questo non sarebbe altro che un modo di rimanere all’interno di quell’orizzonte che postula la supremazia dell’utile, dell’ideologia tecnocratica, dei saperi procedurali. Se la filosofia è accolta in quanto utile, alla fine, non si nega il predominio dell’utile, bensì si subordina a esso la filosofia: si studia la filosofia in quanto utile, non si mette certo in questione l’utile come paradigma dominante e modellante dell’organizzazione del sapere e del sistema dell’istruzione. Potrebbe trattarsi, invece, di compiere uno “scarto” e di rivendicare la necessità dell’inutile in quanto inutile, la sua dignità e indispensabilità. La filosofia come la letteratura e come l’arte, come la danza e come la musica, inutile ma profondamente umana, simile, parafrasando il Vangelo di Luca, a Maria, la quale, mentre la sorella Marta se ne sta affaccendata nelle cose quotidiane, si pone silenziosa ai piedi di Gesù ad ascoltare la sua parola. Ma quella di Maria, dice Gesù, è «la parte migliore, che non le sarà tolta». Ecco, per quanto l’ufficio di Marta sia buono e lodevole, la “parte migliore” è quella di Maria, la “santa inattività”, l’inutilità del suo essere al mondo, esattamente come accade per la filosofia.