• “Tipicamente medievale”

    Capita, leggendo le gazzette (soprattutto locali) o seguendo i telegiornali (soprattutto regionali), di ascoltare l’espressione “tipicamente medievale”. Degni di tale appellativo possono essere costumi, musiche, cortei di sbandieratori, palii, rappresentazioni religiose, tradizioni popolari, molto spesso evocati per rivendicare eredità e identità culturali tuttora presenti. Si ha a che fare, di frequente, con autentiche “invenzioni della tradizione” del tipo di quelle messe in luce da Hobsbawm e Ranger in un libro meritatamente celebre. Invenzioni che non badano agli anacronismi e alla realtà storica effettuale (ammesso che sia possibile rintracciarla), ma, come si può verificare, la ricreano e la costruiscono a posteriori, mediante combinazioni sincretistiche di epoche e fenomeni differenti, tenuti insieme dal collante, ritenuto particolarmente efficace, dell’aggettivo “medievale”. Un discorso a parte meriterebbero sindaci e assessori, province e regioni, che, pur in periodi di forti tagli alla spesa pubblica, continuano placidamente a finanziare tali riproposizioni di un presunto passato che, tuttavia, non passa, di un medioevo eterno e attuale, di cui perfino comunità di più recente origine si riappropriano, quasi sempre nella speranza di intercettare torpedoni turistici e flussi di denaro.

    Qualche considerazione in più sembra meritarla l’avverbio “tipicamente”, che, all’evidenza, non pare costituire un problema agli occhi di chi lo utilizza. La “tipicità” viene a essere una sorta di marchio di fabbrica, una denominazione di origine controllata e garanzia di autenticità, come avviene per i prodotti, appunto, “tipici”, che, in quanto tali, non solo tracciano un confine descrittivo nei confronti di ciò che non è tipico, ma contrappongono la propria genuinità a quel che, invece, si ritiene non lo sia. “Tipico” rinvia, ancora, a quanto è specifico e caratteristico di un luogo o di un’epoca e che ne costituisce quasi l’essenza, contrassegnando con uno stigma di inconfondibilità tutto ciò a cui si riferisce. Diventa, in altri termini, anche un fattore di identificazione, univoco, non equivocabile, sicuro. Da questo punto di vista, quel che si vuole “tipicamente medievale” ha, per le gazzette (cartacee o televisive), un’accezione sicuramente positiva, di recupero di un’età nobile e gloriosa, intrisa di grandi valori ideali, dominata dall’armonia, a prescindere dalla circostanza, non contemplata dai gazzettieri, che potrebbero esistere altri “medioevi tipici”, più dissonanti e disarmonici.

    Da una prospettiva diversa, si deve osservare, però, che se possa esserci (e in che senso) un medioevo “tipico” è questione di non semplice soluzione, tanto più se si considera – come ha notato Tommaso di Carpegna Falconieri in un bel libro recente (Medioevo militante. La politica di oggi alle prese con barbari e crociati, Einaudi, 2011) – che l’oggetto medioevo, probabilmente, «non esiste nella realtà. In effetti questa parola non rappresenta altro che un’idea, il cui uso può complicare anziché semplificare le cose». Esistono molti modi di intendere il medioevo e poche volte questi coincidono: «Una grande distanza – aggiunge ancora Tommaso di Carpegna – corre infatti tra il medioevo indagato nei centri di ricerca e quello che troviamo nei giornali, nei romanzi, nei film e in altri mezzi di comunicazione della nostra società contemporanea». Quasi insensibilmente si va a finire nel “medievalismo”, «un contenitore di dimensioni talmente ampie che ciascuno di noi se lo ritrova davanti ogni giorno», in grado di fornire, innanzitutto alla politica, «allegorie chiarificatrici, esempi attualizzanti, modelli». Insomma, il medioevo è tra noi, attualizzato in fiere, giochi, tornei, riscoperto nelle saghe di tanta parte della letteratura e del cinema dei nostri giorni, rivalutato dai seguaci della Tradizione e avversato da chi lo ritiene ancora sinonimo di superstizione e oscurantismo. Siamo circondati dal medioevo, tanto da includervi tutto e il contrario di tutto e da fare di esso (cattolico e pagano, guerresco e irenico) un teatro permanente di concezioni contrapposte, a tal punto da non capire davvero più cosa possa dirsi “tipicamente medievale”.