• Roma senza papa

    In una Roma afosa, “impigrita, svuotata, con un che di depresso”, nella quale colpisce “la stratificazione verticale” degli odori (“asfalto molle, vecchia polvere e soffritto recente”), Don Walter, un sacerdote svizzero autore del trattato Difesa dell’Iperdulia, sta aspettando l’udienza del papa fissata per un sabato mattina. È un periodo di grande incertezza per la Chiesa cattolica: si discute se basti la vecchia teologia o se, invece, non sia il caso di espandere i suoi confini verso una teologia dell’acculturazione e una dell’automazione, magari anche verso una teologia sportiva e “un’altra alimentare”. L’interrogativo è se i cattolici si stiano “protestantizzando” o se, al contrario, la Chiesa non stia ritornando su se stessa, retrocedendo al Medioevo. Intanto, stanno sorgendo nuove teorie etnologiche, che soppiantano Lèvi-Strauss e che non possono lasciare indifferente chi crede: Lèvy-Kroll insegna che il polo attrattore dell’evoluzione umana è il Nord ed è, quindi, inevitabile che il cattolicesimo si nordicizzi (senza, per questo, diventare protestante), mentre Lévy-Block, in un saggio antropologico dedicato all’homo vagans, avanza la tesi, inaccettabile per un cattolico, della discendenza dell’uomo dal canguro.

    L’udienza, tuttavia, tarda ad arrivare e Don Walter, assente da Roma da circa un trentennio, ha modo di approfondire quanto è accaduto nella città eterna in quel torno di tempo e, innanzitutto, le innovazioni introdotte nella Curia dal nuovo papa riformatore sulla scia del pontefice che lo ha preceduto: “Gli ultimi due pontefici smantellano il loro piccolo mondo aulico. Anzi, lo cancellano. Venti mesi di tempo, un breve, un motu proprio, e sono soppressi: tre prelati palatini (il Maggiordomo di S. S., il Maestro di camera e quello del Sacro Palazzo), sette camerieri segreti partecipanti […], quattro camerieri di cappa e spada partecipanti […], un confessore della Famiglia, uno scalco segreto, un chierico segreto; oltre a un numero imprecisabile di cappellani d’onore, camerieri (e cioè gentiluomini di vario grado) soprannumerari e d’onore, e poi ministri alle Messe pontificie, prelati chierici, maestri cerimonieri, accoliti ceroferari, maestri ostiari, custodi dei sacri triregni, mazzieri, e bussolanti”. L’ansia di novità sembra non conoscere tregua, tanto che sarebbe allo studio “un’ulteriore riforma costituzionale” del papato, “nella sua enormità paradossale”, che “si smentisce subito da sé”: il “progetto di un pontificato a tempo”, della durata di un quindicennio. Qualcosa che equivarrebbe, né più né meno, allo sfacelo della sacra istituzione, alla resa “senza condizioni ai peggiori nemici della Chiesa”. Del resto, la fine del mondo si era già avvicinata con un primo trasferimento della residenza papale nel Laterano, al quale aveva fatto seguito, regnante l’attuale papa, l’allontanamento del pontefice da Roma, con il corredo di alcuni inevitabili dubbi da sciogliere: “C’è chi dice che sia stato l’insediarsi dei comunisti in Campidoglio a consigliare l’abbandono del Vaticano. Ma è assurdo. […] Don Rusticucci avanzava un’altra tesi: il Vaticano era troppo esposto alle pressioni del Papa Nero, il Generale dei Gesuiti. La Trasferta equivarrebbe anche in questo caso a una fuga”.

    L’aria di famiglia e il suo “profumo” d’attualità (tra “papati a tempo” e riforme radicali della Curia) non devono trarre in inganno, perché è sufficiente quel che segue a dissiparli: “Quanto a Giovanni XXIV, pare certo che si compiace di tenere nei suoi giardini gabbie con cobra, serpenti a sonagli e rettili congeneri. […] Senza proporselo, è ovvio, questo Papa si circonda di una quantità di usi inediti o obsoleti […]”. In una società ecclesiastica nella quale già dal predecessore di Giovanni, Libero I, era stato introdotto il matrimonio per preti e vescovi e in cui si vuole convertire l’anticristo Freud mediante l’Istituto per la Promozione della Psicoanalisi Cattolica (IPPAC), persino il papa è fidanzato, con un’indiana di Bangalore “teosofa e missionaria di buddhismo zen, cinquantenne, brutta e non per ossequio alla moda, pozzo di scienze vertiginose, autrice di quattro volumi sul neoplatonismo e suoi influssi sul misticismo orientale […]”. Insomma, siamo tra la profezia e la “fantateologia e, alla fine, Don Walter può partecipare alla sospirata udienza con Giovanni XXIV, per scoprire, tra le poche cose che il papa dice, che “Dio non è  prete” e che dalla sua mano è scomparso pure l’anello piscatorio.

    Composto intorno alla metà degli anni ’60 del Novecento, il romanzo Roma senza papa di Guido Morselli venne pubblicato nel 1974 da Adelphi, postumo come tutti gli altri suoi romanzi. Morselli era morto, suicida, la notte del 31 luglio 1973, esattamente quarant’anni fa. Come tutti i grandi scrittori il suo sguardo giocava con i mondi possibili, anticipando, talvolta, realtà ancora da venire.