• Oranghi, papere, rane e altri animali contemporanei

    Adesso, definire qualcuno un orango diventa, persino, un complimento o, addirittura, un’offesa per l’incolpevole animale. Perché – è questo il ragionamento – “tutti gli animali sono da considerarsi con un’accezione positiva, c’è molta malafede, si vogliono sempre interpretare queste cose come attacchi, ma magari non è così [...]. Di fatto ognuno di noi può ricordare un animale, può assomigliargli e Calderoli si è limitato a fare questo paragone. E poi l’orango non è mica brutto, non penso che nelle sue parole ci fosse malizia” (Serenella Fuksia, senatrice del M5S, in Huffington Post del 15 luglio). Lei stessa, la senatrice Fuksia, dice di rassomigliare a una papera, mentre Adele Gambaro le ricorda una mucca e Nicola Morra un camaleonte (il tutto concluso con le successive scuse finali della dichiarante per le sue parole, frutto di una conversazione “decontestualizzata e  paradossale”). Ancora un passo e qualcun altro tirerà in ballo la fisiognomica e magari la Dama con l’ermellino di Leonardo, con le sue infinite corrispondenze tra la donna e l’animale, sino a fare del senatore Calderoli un emulo o un epigono di Giovan Battista Della Porta.

    Del resto – secondo tipo di ragionamento – il paragone tra gli uomini pubblici e gli animali è merce corrente da sempre: l’elefantino Ferrara, il cinghialone Craxi, la rana Dini. Insomma, è ora di finirla con il “pianeta delle scimmie”: “L’abuso zoologico nei confronti dell’avversario è diffuso e i vignettisti ne sono i più accaniti. Che dovrebbe dire Buttiglione disegnato per anni come uno scimmione? E il confine invalicabile tra trote, cagnacci, serpi, caimani, e l’orango qual è? Si può attaccare Calderoli dandogli ogni giorno della bestia demente o disegnandolo come un maiale? L’offesa con paragone all’animale vale se attiene all’aspetto fisico e all’atteggiamento personale ed è vietata se può evocare un’offesa al colore della pelle? Sì all’insulto ad personam, no a quello che richiama categorie?” (Marcello Veneziani, in il Giornale.it). In fondo, proseguendo con tali maniere di argomentare, si potrebbe dire che l’orango è un animale come tutti gli altri, anzi, meglio degli altri, perché si tratta di un primate, mentre le serpi, i caimani, le rane e i maiali non lo sono. L’orango è pre-umano, quasi-umano, para-umano e  basterebbe dare una ripassata alla teoria dell’evoluzione per portare un po’ di rispetto, se non di venerazione, per i nostri progenitori.

    Ora, premesso che dare dell’animale a qualcuno (e di qualsiasi animale si tratti) è comunque e sempre poco piacevole per il destinatario dell’epiteto, il punto è un altro e si può provare a spiegarlo, perché la faccenda si fa molto delicata non quando Rocco Buttiglione viene associato a uno scimmione o il ministro Kyenge a una trota o a un caimano, ma quando il ministro Kyenge è paragonato a un orango. Il problema non è l’orango dal punto di vista del suo statuto naturale, ma la costruzione culturale che è stata disegnata intorno all’associazione tra un individuo dalla pelle nera e i primati (non tra un bianco e i primati, né tra un nero e un lepidottero). Una costruzione che ha il solo scopo (di volta in volta “giustificato” con l’ontologia, con l’etica o, come  fatto ora da Calderoli, con l’estetica) di rinviare a una inferiorità che l’evocazione del primate vuole rendere visibile e immediata. Screditarne la qualità estetica significa, in tale contesto, screditare la persona intera (e con lei o con lui tutti gli altri individui che condividono la medesima caratteristica somatica), riconoscergli un “di meno” di umanità o un “di meno” di civiltà. Marcello Veneziani, attenuandone la portata, definisce questo atteggiamento “rozzismo”, ma gli basterebbe sostituire la prima “o” con una “a” per trovare, senza avere tema di pronunciarla, la parola giusta.