• I futuri docenti e le tasse sulla povertà

    Non ci piacerebbe mai usare termini e toni che sfociano nell’indignazione, perché quella dell’indignato è diventata in Italia una professione, talvolta persino ben retribuita, ma riteniamo che si stia davvero varcando il limite, senza avere nemmeno il pudore di far finta di no. È notizia di poco fa (e se dovesse essere confermata ci sarebbe da sbigottire) che si voglia, all’interno della manovra finanziaria del governo, inserire un balzello di 10 € come diritti di segreteria nei prossimi concorsi per i docenti. Questa cifra sarebbe poca cosa (ma moltiplicata per il numero dei presumibili partecipanti diventerà una bella cifra) se non fosse che, in spregio a qualsiasi rispetto del principio della non retroattività della legge, è già stato introdotto, dal governo attualmente in carica, l’obbligo per i laureati che vorranno prendere parte alla cosiddetta FIT (Formazione iniziale e tirocinio, che sostituisce le procedure di abilitazione sinora in vigore) di conseguire a pagamento 24 crediti in alcune discipline universitarie di ambito antropo-psico-pedagogico. Si badi bene: non ci sarebbe nulla da scandalizzarsi se tale nuova previsione di legge (quella dei 24 crediti, non del loro conseguimento a pagamento) riguardasse coloro che ancora dovranno laurearsi, ma (purtroppo) così non è, perché l’obbligo coinvolge anche chi già si è laureato, vale a dire chi ha conseguito il titolo quando ancora tale obbligo non era vigente. Quasi quasi viene il sospetto che lo si sia fatto anche per incamerare, nelle casse malandate dell’università italiana, nuovi proventi, per quanto e di fatto probabilmente illegittimi. Così, invece che pensare a come fare per recuperare l’enorme evasione fiscale che opprime la vita pubblica della nazione ed, eventualmente, ad aumentare i balzelli a carico di chi già ha, si pensa bene di mettere ripetute tasse sulla povertà e sulla precarietà. Alla faccia dei pubblici proclami che enunciano più volte al dì la lotta alla disoccupazione giovanile.