• I 100 e lode tra Sud e Nord

    Nonostante Ferragosto (o, forse, proprio per questo), ancora non si placa la discussione pubblica sugli esiti della maturità, che hanno visto “prevalere”, con l’attribuzione di un maggior numero di “lodi”, gli studenti del Sud su quelli del Nord. Sospiri, pianti e alti lai, con inevitabile contorno di prevedibili esternazioni politiche contro l’usurpazione a danno delle regioni settentrionali e la “larghezza di maniche” dei professori meridionali, pronti a valutare generosamente alunni non meritevoli. A fare da sfondo al dibattito una premessa, data per buona e per scontata, che, invece, avrebbe bisogno di essere messa in discussione e, persino, di essere revocata in dubbio. Se ne ha l’esempio più autorevole in un articolo di Gian Antonio Stella, pubblicato sul “Corriere della Sera” dell’11 agosto. La tesi, riassunta sinteticamente e per nulla inedita, è la seguente: gli studenti del Sud hanno voti più alti nella maturità, quelli del Nord ottengono risultati migliori nelle prove cosiddette standardizzate (quali le prove INVALSI), ergo le valutazioni degli esami di stato non sono veritiere poiché poco attendibili al confronto con l’affidabilità di queste ultime. Si tralascia, perché non è questo l’oggetto della discussione, la conseguenza che Stella ricava, pur con il prudente punto interrogativo, sulla “solidarietà meridionale [tra docenti e studenti, N.d.A.] basata sul comune sentimento di emarginazione e di abbandono”, che meriterebbe qualche ulteriore considerazione. Il fatto è che la questione può essere posta in questi termini (e lungamente commentata) soltanto perché si ha una mal riposta fiducia cieca, che fa da indubitabile premessa alle analisi di questi giorni, in quegli strumenti di rilevazione come i test dell’INVALSI acriticamente ritenuti come più oggettivi e sicuri rispetto al maggiore coefficiente di arbitrarietà valutativa delle prove d’esame. E però: le prove INVALSI e quelle della maturità valutano cose diverse, con metodologie diverse, con criteri di valutazione diversi. Non solo: se non c’è dubbio che l’esame di stato, così com’è, andrebbe rivisto, anche le prove INVALSI meriterebbero una pausa di riflessione, se non altro perché esiste ormai una significativa letteratura scientifica che ne mette in forse i fondamenti epistemologici, le metodologie impiegate, l’affidabilità dei risultati. Nel dibattito di questi giorni ha espresso con efficacia questo punto di vista Benedetto Vertecchi, rispondendo a due domande di “Repubblica” e chiarendo come “valutare serve se mi aiuta a capire qualcosa di più: le potenzialità di un ragazzo, come è cambiato per effetto della scuola e dei rapporti sociali. La vera riforma va fatta su questo: migliorare le conoscenze sull’evoluzione del profilo culturale degli allievi. Di questo, invece, non abbiamo la minima idea”. Vertecchi non ha il fiducioso incantamento dei tanti commentatori che giurano sul valore delle prove INVALSI come giurerebbero sul Vangelo: “Ho dubbi sull’attendibilità di prove che danno presupposta una capacità di comprensione, per esempio di un testo, quando spesso gli studenti quel testo semplicemente non lo capiscono”. Ancora, si potrebbe provare la mossa del cavallo, scartare di lato e dire un’ultima cosa, sulla quale, da tempo, insiste la Fondazione Agnelli, anche per bocca del suo direttore Andrea Gavosto (si veda, tra l’altro, “Repubblica” dell’11 agosto). La realtà è che l’esame di stato, strutturato com’è oggi e se non fosse per il suo significato simbolico di giovanile rito di passaggio, serve ben poco: le aziende, quando devono assumere, non tengono conto dei suoi risultati, la stessa università dimostra scarsa fiducia nei suoi esiti, come si vede anche dalla circostanza che le università d’eccellenza quali la Scuola Normale e la Scuola Sant’Anna di Pisa (le sole italiane ben posizionate nei ranking internazionali) nelle loro difficili prove d’ammissione semplicemente li ignorano (e, bisogna pur dirlo, per scegliere i loro pochi studenti utilizzano prove selettive distanti anni luce dalle metodologie dell’INVALSI). Basterebbero queste sole considerazioni per rendere vagamente surreale l’intensa discussione di questi giorni e per far vedere come Nord e Sud, alla fine, siano molto più uniti (e non in positivo) di quanto si voglia far apparire.