• Gli esami non finiscono mai

    Sembriamo essere condannati a una cultura della glossa permanente e dell’infinito commento. Le cose accadono e, su questo accadere, poi si innalza una “nuvola” interminabile che è quella delle parole, delle postille, delle lettere ai giornali, oggi anche dei blog, dei post sui social network e Dio solo sa di che cos’altro. Parole e commenti non solo per gli avvenimenti nuovi o “epocali”, ma su tutto e ancor di più, ciclicamente, sugli avvenimenti che, ogni anno, si ripetono sempre uguali a se stessi e che, per questo, neanche sono più “avvenimenti”. Si commentano il caldo d’estate e il freddo d’inverno, i regali di Natale e le truffe ai vacanzieri, le partenze “intelligenti”e gli ingorghi sull’Autosole, la fine delle ferie d’agosto e la ripresa del lavoro. Si commentano, ogni anno, gli esami di Stato (si veda, in questi giorni, la rubrica delle lettere su “Repubblica”) e le prove d’Italiano e la versione di Latino o quella di Greco, la Matematica allo scientifico e il “quizzone” della terza prova. Si commentano gli esami, alla fine, in maniera tale che gli esami non finiscano mai. Uno dice che è una farsa, senza credibilità e senza valore, un “diplomificio” stanco e rituale, da rifondare, abolire o riformare. Mentre per un altro no, va bene così, è il più straordinario degli esami possibili, con le commissioni più serie e gli alunni più bravi, nel migliore dei mondi possibili. Un mondo che si è trasformato e mutato, alla ricerca dell’esame perfetto, quello che forse non cresce nemmeno nel giardino del Re: si è passati, in un’incessante metamorfosi, dalla commissione tutta esterna con un solo componente interno a quella tutta interna con un solo membro esterno, per approdare dopo ancora, forse perché stanchi di questi acrobatici ribaltamenti, all’equilibrio di quasi metà e metà. Quasi, perché gli esterni sono quattro e la minoranza interna tre. E quando la valutazione era in sessantesimi sessanta era il massimo voto, ma oggi, con la valutazione in centesimi (e l’ineffabile lode), sessanta è diventato il minimo per poter essere promossi, con leggera confusione, rispetto all’oggi, di chi ha fatto gli esami prima e, rispetto a ieri, di chi fa gli esami oggi. E se durante i cinque anni la valutazione è in decimi, negli esami si trasforma, diventa un mistero e un “capriccio” quasi teologico (direbbe Marx) e il risultato un’insondabile alchimia: in quindicesimi per ciascuno dei tre scritti, in trentesimi per l’orale (con la sufficienza a venti e non si capisce perché non, aritmeticamente, a diciotto) e un massimo di cinque punti per il bonus (a cui, per completare, occorre sommare il credito finale, che risulta, a sua volta, dalla somma di tre crediti parziali). Materiale, come si vede, in abbondanza per chi voglia dibattere, commentare, disquisire, chiosare, postillare. Senza tener conto che esiste pure un altro modo per non far finire mai gli esami ed è quello degli avvocati e delle pandette, dei ricorsi ordinari al Tar e di quelli al Capo dello Stato, gli esami infiniti delle prove suppletive e delle sessioni straordinarie, delle procedure da rifare e di quelle da ripetere. Forse (e a ben vedere), basterebbe poco per porre fine a tanto questionare: considerare che, in fondo, è soltanto un rito di passaggio, uno di quei riti in un modo o nell’altro presenti in ogni civiltà, una linea d’ombra che bisogna attraversare. O forse (e questo taglierebbe la testa al toro) si potrebbe provare, per qualche anno, per vedere l’effetto che fa, con una cura più radicale, che si chiama abolizione del valore legale del titolo di studio e che toglierebbe ansia alle mamme e ai papà e un po’ di lavoro ai tribunali.