• Deportazione: sull’uso (e l’abuso) di una parola e di un concetto

    Deportazione, come informano anche le risorse web di più largo consumo, è un termine che ha una densità storica pari a pochi altri. Si riferisce, essenzialmente, a due tipologie di circostanze: il trasferimento (ovviamente coattivo, forzato) di prigionieri verso un luogo di pena; la deportazione violenta di enormi masse di uomini (e appare persino superfluo ricordare il caso degli ebrei nella prima metà del Novecento) in “universi” concentrazionari, alla quale spesso ha fatto seguito la loro eliminazione fisica. Dalla fine della seconda guerra mondiale il termine (e il concetto) sono stati prevalentemente impiegati per descrivere e indicare quest’ultima tipologia. È questo il terribile sfondo che occorrerebbe avere sempre presente ogni volta che si utilizza tale parola, in particolare, come in un recentissimo caso, quando sui giornali e nelle televisioni si parla (facendo pure i titoli) dei trasferimenti ( a domanda, si badi bene, e come conseguenza di una libera scelta) di insegnanti dal sud al nord. Un po’ di sobrietà linguistica, da parte di tutti, non guasterebbe, così come sarebbe opportuno un senso minimo di rispetto per le vittime e per le tragedie della storia. Che a non avere né l’una né l’altro possano essere, come capita in alcune interviste e dichiarazioni, degli educatori e dei professionisti della comunicazione (i quali, non mettendo mai in dubbio quanto affermano gli intervistati, legittimano tale insostenibile uso del termine) sembra un fatto particolarmente preoccupante.