• La buona scuola dei buoni professori

    Chissà se a Viale Trastevere, sede istituzionale romana del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, qualcuno ha letto il denso articolo che all’inizio di settembre Nuccio Ordine ha dedicato, sul “Corriere della Sera”, al problema della riforma della scuola. Nella sua chiarezza “cartesiana” l’articolo di Ordine dice, in breve, tutto quel che di essenziale c’è da dire in merito alla questione: “La peggiore delle riforme con buoni professori darà buoni risultati. E, al contrario, la migliore delle riforme con pessimi professori darà pessimi risultati”. Sistema di formazione universitaria e di reclutamento dei docenti, riconoscimento sociale e politico del loro insostituibile ruolo (purtroppo da troppi anni ridotto a quello di un vilipeso proletariato intellettuale) e parallelo riconoscimento economico di una funzione che non è da “tradurre” nei termini inappropriati di una vocazione né da “riconoscere” sulla sola base del numero di ore “frontali” svolte con gli allievi (se così fosse i docenti universitari dovrebbero essere retribuiti con qualcosa di simile ai voucher): questi sono i “nodi” da sciogliere per realizzare un’autentica buona scuola. Invece, si preferiscono gli alambicchi delle riforme a raffica, nella faticosa ricerca di una pietra filosofale che non si trova e che probabilmente nemmeno esiste. Basti pensare che nell’ultimo quindicennio ben tre riforme di “sistema” hanno coinvolto la scuola (le cosiddette riforme Moratti del 2003, Gelmini tra 2008 e 2010 e della “buona scuola” di due anni fa), con i risultati che ciascuno può giudicare. Come se non bastasse ulteriori riforme si annunciano all’orizzonte per un mondo della scuola che è in pieno stordimento a causa della nuova ideologia dell’apprendimento digitale e multitasking, con tutto il suo carico di corsi di formazione, laboratori, materiali didattici in puro e incomprensibile pedagogese. Adesso il problema sembra quello di fare in quattro anni ciò che prima si faceva in cinque, a prescindere dall’inevitabile paradosso che gli studenti devono misurarsi con un tempo più lungo di letteratura, arte, storia, filosofia, sviluppi scientifici ma che dovrebbero farlo impiegandoci di meno. In tutto questo mai che a nessuno venga il sospetto che di riformismo frettoloso e concettualmente molto vicino all’accanimento terapeutico la scuola può morire. Se si è ancora in tempo si vorrebbe lanciare un appello: per carità, fermatevi, per dieci o venti anni lasciate in pace la scuola e, se proprio non è indispensabile mantenerlo, abolitene finanche il ministero.