• Vittorio Sgarbi pratica la Calabria da molti anni

    ma non ho mai ricevuto notizia che egli si sia occupato – in maniera adeguata – del cosiddetto museo all’aperto di Cosenza. Oggi Sgarbi è assessore al centro storico in questa città e ufficialmente non dovrebbe occuparsene; tuttavia, è difficile pensare che in Italia una personalità “ingombrante” come lui ignori una vicenda così adatta alle sue corde o sia reticente.
    Nel centro di Cosenza sono dislocate “sculture” che in un certo numero di casi solo apparentemente possono essere definite opere d’arte; esse infatti sono costruzioni multiple non meglio chiarite o “realizzazioni” (sic!) che spaziano fra dubbia originalità o sono incorrette nella relativa punzonatura. Pertanto, definirle opere senza un appropriato valore culturale – incomprensibile, per una città definita colta – sarebbe la locuzione più corretta. Esse, infatti, non appaiono realizzate per volontà e controllo dell’artista perché presentano un sistema di bollatura scorretta che non garantisce autenticità e che meriterebbe di essere chiarita e ben spiegata al pubblico.
    Escludendo le opere “uniche”, che non fanno parte di questo articolo, in generale i bronzi risultano realizzati in quattro prove d’artista e otto copie numerate; possono altresì esibire una data, la firma dell’artista e il marchio della fonderia perché il segno distintivo garantisce sempre contro le manomissioni. Questi presupposti risultano evidenti quando la punzonatura è corretta; se essa è incomprensibile – come nel caso di sculture presenti lungo il corso Mazzini di Cosenza – non vi è motivo di considerarle opere d’arte. D’altra parte, le sculture in bronzo possono anche superare le dodici unità con l’evidente riduzione del loro valore ma, anche in questo caso, la punzonatura dovrebbe essere correttamente realizzata per attribuire a ogni multiplo il suo pur limitato valore. Nel museo all’aperto di Cosenza, come esempio, si può osservare un’opera numerata 00/00 che non ha alcun senso. Basterebbe solo questo per definire il museo all’aperto di Cosenza una realizzazione scientificamente non rigorosa, anzi inadeguata. La conferma arriva da un’altra opera sulla quale risulta evidente una gravissima punzonatura sovrapposta. Osservando le sculture da vicino si potrebbe essere anche più didascalici nello spiegare e discriminare tra le opere.
    Se le indicazioni sono scorrette o la punzonatura è assente, non si può parlare di prodotto artistico rigoroso. Altro discorso è riferito a opere “uniche” prive di indicazione, ma certificate adeguatamente e custodite in musei e collezioni private. Ecco perché le opere d’arte, quando sono tali davvero, meritano di essere sempre adeguatamente spiegate e presentate al pubblico; esso, al contrario, purtroppo, in generale, molto spesso beve le informazioni – piuttosto che comprenderle.
    Vedere all’aperto opere con dubbie caratteristiche tecniche non depone per un giudizio lusinghiero e non trasmette la consapevolezza di trovarsi davanti a un’opera d’arte originale, neppure multipla, in specie se si è davanti a realizzazioni attribuite a nomi altisonanti della storia dell’arte italiana.
    Il museo all’aperto di Cosenza meriterebbe pertanto una adeguata rivisitazione; non a caso, fino a ora, il suo successo o insuccesso è stato unicamente di carattere mediatico e non di tipo culturale, come meriterebbe la città.
    Purtroppo, per far posto ad alcune sculture indicate come opere originali di artisti famosi, presenti sul corso Mazzini cosentino, è stato necessario sacrificare le enormi “due colombe della pace” – queste sì, originali – realizzate nel 1974 da Cesare Baccelli e Benito de Luca, ben noti e apprezzati artisti locali; colombe che per molti anni sono state un punto di riferimento nel passeggio dei cittadini e nelle foto dei turisti. Ricordo ancora oggi l’episodio di due giovani sposi del nord dell’Italia che negli anni settanta mi chiesero di scattare loro una foto accanto all’opera; la più interessante ed evocativa scultura (metallica) moderna che Cosenza oggi sia in grado di esibire, la quale, più che essere considerata imprescindibile dalla comunità, entrò forse a far parte delle trattative per realizzare il discutibile museo all’aperto e forse sacrificata per essere trasferita altrove. Viene facile alludere alla locuzione “nemo propheta in patria est”. Questa pratica, tuttavia, in Calabria è molto ben eseguita perché, a volte, si preferisce ascoltare le banalità di tanti cittadini che scalpitano con la politica per essere riconosciuti e legittimati nelle proprie contrade e di tanti soggetti con l’accento settentrionale – privi di concetti originali, ma dal volto noto – da esibire come utile merce di scambio e ben “trattati” per propria speciale utilità.
    In tal modo – ahimè – la Calabria mai uscirà dal suo torpore.

    Non tutti i mali vengono per nuocere: il trasferimento delle due grandi colombe dal loro antico allestimento ha giovato alla stessa opera, la quale trovasi ora in una posizione senz’altro più adeguata che la valorizza e che, in certe ore della giornata e di luminosità, la slancia nel cielo non come scultura ma quasi come vere colombe che spiccano il volo. Trattandosi però di una “punizione” sarebbe più logico riportare la scultura tra piazza Kennedy e corso Mazzini, laddove le due colombe di Baccelli e de Luca svolsero un glorioso compito identificativo della città in luogo di freddi e ignorati manufatti; riportando le due colombe in centro verrebbe legittimata l’arte cittadina e lo stesso valore del museo all’aperto aumenterebbe. Risulta altresì che molti cittadini di Cosenza vorrebbero riportare nell’antico sito le due colombe, all’epoca traslocate altrove a causa della loro evidente carenza evocativa di potere (politico) contrattuale. D’altra parte, quale sarebbe il senso della locuzione frequentemente usata di “Cosenza città colta”, se non quello di identificarla attraverso l’attività culturale dei suoi medesimi cittadini?

    Mi chiedo se nell’assecondare la polemica come scintilla, i paradossi e i giochi delle parti, le battute poco efficaci e le bizzarre disquisizioni sulla Calabria (purtroppo alimentate in rete come fatti di esclusiva importanza), Sgarbi non abbia il tempo utile da dedicare ai fatti concreti della cultura calabrese o non si occupi di rivisitare seriamente e attribuire adeguata e rigorosa autorevolezza al museo all’aperto di Cosenza, discriminando fra opere d’arte originali e non e/o prive di corrispondente valore estetico, anche a danno di autori altisonanti da rimuovere.

    Rocco Turi, da Budapest