• “Si” o “No” ?

    C’è sempre un motivo nascosto, molto personale, sotto la superficie visibile di ogni tema politico affrontato. Anche la scelta di votare “si” o “no” al referendum del 4 dicembre sulla Riforma del Governo Renzi è il sintomo dell’indole tipicamente italiano. Passi il “no” di Berlusconi, il quale ha tutta la comprensione per essere stato egli stesso bocciato dalla sinistra (e non solo) nei numerosi tentativi di modernizzare – con riforme sempre ritenute radicali – il nostro Paese. La logica berlusconiana, espressa dai suoi amici e da egli stesso in tv è basata sullo slogan: “la riforma del Governo Renzi non migliora, non modernizza, ma peggiora”; e poi: “dire no per farne un’altra condivisa dopo e cambiare in meglio questo Paese”. Si tratta del medesimo atteggiamento avuto dalla sinistra (e non solo) per bocciare il tentativo di Berlusconi di fare ciò che aveva promesso in ogni campagna elettorale. Il “no” di Berlusconi può essere considerato una rivalsa, una rappresaglia, un ripicca politica. Egli ha aggiunto che la riforma attuale sarebbe maschilista e pericolosa (sic!) e che “favorirebbe una deriva autoritaria”, quasi ripetendo le stesse locuzioni della sinistra – all’epoca – nei suoi confronti. Anche Grillo appare d’accordo allorquando dice che il “no” sarebbe “la più alta espressione della politica”.
    Ho appena letto la considerazione che un cittadino filo berlusconiano, di fronte alla soppressione del Senato (nel senso delle elezioni), quindi del bicameralismo, delle provincie e degli enti “inutili” come il Cnel, non è caduto nella trappola del “dispetto” e voterà per il “si”. D’altra parte, l’obiettivo iniziale di tutti era di “sopprimere” il più possibile. Tuttavia, ho anche letto che i giovani voterebbero per il “no”. Insomma, una babele, una confusione che impedisce di capire per giungere a scelte condivise, per la quale (confusione) l’Italia gode di primato assoluto.
    Inoltre, fa un po’ senso vedere la foto di gruppo ideale con vecchi soggetti legati al potere e politici di professione da numerosi lustri, impegnati a esprimersi con lo stesso slogan berlusconiano e l’aggiunta della presenza di “vulnus”, di “insufficiente rappresentanza”, di “mancanza” di qualcosa nella riforma fatta: tutti argomenti che andrebbero verificati sul campo, piuttosto che con la dialettica deliberatamente confusionaria di questi giorni.

    La trasversalità dello schieramento legato al “no” che Renzi definisce “conservativo” è lo specchio del carattere italiano, di cui nessuno fino a ora si era occupato.

    Vero è che le riforme, soprattutto questa – diciamo epocale – di cui si parla nel referendum del 4 dicembre, hanno bisogno di essere testate, piuttosto che votate con un referendum. Questo sarebbe stato il primo errore fatto con la nascita della nostra Repubblica. Non serve un referendum basato sull’influenza della classe politica e dei partiti, impegnati – nel preciso momento storico – a favore o contro. Dire che una riforma sia “buona” o “pessima” rappresenta un concetto molto soggettivo, perché viene fatta secondo la maggioranza del tempo e rappresenta solo la sensibilità di chi – nel preciso momento storico – l’ha votata. Sottoporre a un referendum sotto la pressione della classe politica e dei partiti una riforma già fatta, non rappresenta il carattere dei votanti ma è la risultante dell’influenza che in quel momento la classe politica esercita. Questa sarebbe la prima riforma costituzionale da fare: eliminare i referendum, che rappresentano una falsa idea di espressione in mano ai cittadini.
    I tempi sono cambiati ovviamente e se negli anni cinquanta il referendum rappresentava l’ideale verifica per una riforma in assenza di una diversità di mass media, oggi i mass media servono unicamente a influire nelle decisioni altrui su base politica e ideologica.

    Nel fare le riforme è necessario battersi nel momento in cui si fanno, ma dopo bisogna sottoporle al tempo – necessariamente lungo – e all’esperienza. Solo il tempo e l’esperienza – piuttosto che il referendum – possono spiegare se una riforma funzioni oppure no.

    Pensare di fare riforme ad ogni legislatura è un concetto sociologico aberrante. Si prenda, a esempio, la riforma Gentile che è servita ad acculturare intere generazioni scolastiche; ma anche la riforma Misasi la quale – buona o cattiva – ha lasciato maturare nella società il convincimento che andasse modificata in molte (non tutte) sue parti. Ciò che è avvenuto nella scuola da Berlusconi in poi è stato “lotta di classe” aberrante che ha peggiorato la scuola e la società. La stessa “lotta di classe” è ciò che sta avvenendo ora con il presente referendum. Quella foto “trasversale” non ispira altro che il tentativo di difendere le posizioni raggiunte perché perdere 315 potenziali senatori rappresenta la sconfitta delle proprie lobby. La lotta per conservare il privilegio di essere eletti non è tanto di tipo personale, quanto favorire in prospettive i propri gruppi di influenza – questo è – perché il nostro Paese non interessa al di fuori della logica personale. In tanti si affannano a rigettare questa conclusione perché c’è sempre l’anima candida che potrebbe replicare con l’accusa di qualunquismo a queste affermazioni. Sarebbe bello leggerla per poter ribadire il concetto e spiegare meglio.

    Ho appena ascoltato opinioni retrograde – di giovani “papabili” compresi – a favore del “no” da parte di soggetti appartenenti alle lobby appena citate, il cui obiettivo generale è rappresentato dallo slogan “la riforma non migliora, non modernizza, ma peggiora” perché in realtà – sotto la superficie – c’è il latente desiderio di approfittare dello statu quo per ritrovarsi fra i 315 senatori p.v. nel caso vinca il “no” al referendum.
    Pertanto, di fronte alla guerra ideologica sferrata da “vecchi arnesi” (come diceva Totò ne “la livella”), per difendere il suo “si” Renzi è costretto a scendere sullo stesso piano tipico da campagna elettorale; è costretto a scendere al mercato pur di offrire “manovre” e “incentivi” e “aperture” e “bonus” di ogni tipo e “legge di stabilità” finalizzata al caso, pur di bilanciare la richiesta di “voto ideologico”. Al suo posto avrei rinunciato, con la postilla: “L’Italia è ingovernabile”.

    Rocco Turi, da Budapest