• Quando Sgarbi parla in Calabria

    è divertente, ma non dovrebbe esserlo per chi gli sta accanto. Ricevo mail nelle quali mi vengono proposti filmati ed entusiastici commenti che trasformano le stravaganti dichiarazioni di Sgarbi in tessere di mosaici e punti fermi per la storia territoriale. Non è così.
    A questa distanza, piuttosto, gli episodi che si verificano in Calabria infastidiscono notevolmente e dimostrano quanto la regione sia terreno di conquista e di quanto sia difficile mettere in atto azioni importanti per la sua palingenesi. D’altra parte, alcune testate online calabresi danno la misura esatta di regione appesa tra torpore e inerzia e la confermano ogni giorno. Altresì, il terreno di verifica del successo dei calabresi rimane sempre il proprio borgo e nulla si fa (tranne rarissime eccezioni) per oltrepassare il contesto ristretto. Lo stesso Sgarbi – che è una persona dalla notorietà nazionale – nulla fa per andare oltre e il suo terreno di verifica è il Paese.
    All’estero nessuno lo conosce.

    I miei colleghi di Urbino mi raccontano che, nonostante gli atteggiamenti esuberanti e le frequenti polemiche, Sgarbi assume toni adeguati al suo ruolo; proprio due giorni fa ha portato a Urbino la Venere di Tiziano (anche se, per la verità, il merito dell’iniziativa viene soprattutto attribuito a Peter Aufreiter, direttore della Galleria Nazionale delle Marche); Sgarbi organizza mostre, fa cose importanti e i cittadini sono ben soddisfatti del suo operato, a parte le assenze che sono integranti alla sua dirompente personalità; egli ha anche minacciato – evidentemente solo come provocazione – di lasciare Urbino per trasferirsi a Cosenza, ma non sanno che a Cosenza Sgarbi è già operativo.
    A Urbino, Sgarbi è un personaggio molto positivo, fa cose importanti, fa polemica ma sa anche liberarsi delle esperienze negative e dimenticare, passare avanti e sa essere disponibile, indulgente e simpatico.

    In Calabria c’è qualcosa che non va. Soprattutto non è chiaro se lo si invita per confrontarsi, per dargli la possibilità di trasmettere la sua cultura e arricchirsi, per elaborare comuni dialettiche creative, o unicamente per lasciarlo parlare in libertà. Oltre alle manifestazioni esuberanti, Sgarbi non riesce a esibire le sue effettive doti culturali, organizzative e caratteriali perché non riceve stimoli; non gli viene richiesto, evidentemente. Pertanto – diversamente da Urbino – in Calabria Sgarbi risulta sempre più soggetto a un tasso crescente di antipatia.
    Si può capire che i calabresi sorridano di fronte a bizzarre dichiarazioni piuttosto che confrontarsi; non si comprende perché lo si invita senza chiedergli di prepararsi o organizzare qualcosa di serio su un tema specifico. Solo allora, nel caso Sgarbi esprimesse concetti culturali realmente (realmente) interessanti, originali e creativi, la sua presenza potrebbe segnare un momento da ricordare come tessera di mosaico. Per ora aggrotto la fronte quando leggo che, nella mia regione, Sgarbi venga considerato un innovatore senza motivo.

    Vaddasé che a Cosenza Sgarbi sia assessore al centro storico ma forse sarebbe stato meglio investirlo in un assessorato più conforme alla sua personalità. Con mostre e iniziative del suo calibro, Sgarbi potrebbe contribuire alla difficile (per me impossibile) rinascita di questa regione. Non ha senso parlare di bellezza (concetto che non condivido) e nulla compiere a questo fine. Proprio nelle Marche (Osimo) sono attualmente esposte oltre 130 opere della collezione Cavallini-Sgarbi e nessuno pensa di invitare Sgarbi in Calabria per cose serie e concrete; né egli si impegna se nessuno glielo domanda.
    Perché non chiedergli vere conferenze preparate, sudate, come si fa dappertutto (non improvvisate), di sua competenza su argomenti specifici, a costo zero – senza enfasi, senza slogan, senza “supporti” di per sé improbabili, lontano dalle telecamere e senza scopo utilitaristico – che abbiano la caratteristica dell’evento culturale, piuttosto che della scampagnata o dell’autocelebrazione?
    Così si fa crescere sul serio una comunità; così dovrebbe essere sempre perché, fino a ora, il calabrese ha preferito offrire la propria regione come terreno di conquista a chiunque, in cambio di un raggio di sole tutto per sé. La Calabria (insieme alle sue contrade) potrebbe crescere solo nell’impegno vero e nel silenzio. Altrimenti – per la mia immaginazione – il futuro di questa regione rimane il medioevo.

    Rocco Turi, da Budapest