• Pino Nano

    Alla fine della lunga storia incresciosa che ha riguardato suo malgrado il giornalista della rai – ex capo redattore del tg3 Calabria – Pino Nano, ho letto: “Pino Nano ha avuto pochi amici, veri, che gli sono stati vicini senza mai dubitare della sua innocenza”. Non avrei usato la locuzione “innocenza”, perché nel contesto della frase essa lancia segnali di liberazione da qualcosa da cui l’interessato è indubbiamente scevro. Tuttavia, in questa vicenda colpisce di più il modo in cui il tg3 della Calabria abbia voluto trattare l’argomento. Con tono impassibile e distaccato, per 38 secondi la conduttrice ha letto la seguente notizia:

    “Sono stati assolti perché il fatto non sussiste il giornalista Pino Nano ex capo redattore del nostro telegiornale e il professore Daniele Gambarara, coinvolti nel processo 110 e lode sui presunti falsi esami all’Università della Calabria. Il giudice monocratico del Tribunale di Cosenza ha assolto i due imputati per i quali lo stesso Pubblico Ministero Antonio Bruno Tridico aveva chiesto l’assoluzione. I difensori di Gambarara e Nano avevano sottolineato l’assoluta erroneità dell’ipotesi accusatoria. Oggi la sentenza e l’assoluzione con la formula più ampia.”

    Non è solo una questione di tono glaciale. La laconicità del contenuto riporta a una scelta redazionale meditata e condivisa. Chi conosce l’andazzo di questo telegiornale e il modo in cui i fatti – dei quali esso si occupa – vengono normalmente trattati, colpisce soprattutto l’assenza di qualsiasi partecipazione emotiva, senza inficiare l’aspetto tecnico e professionale dell’informazione. Insomma, le notizie devono sempre essere indipendenti dalle opinioni, ma ogni notizia contiene un quid che fa di qualsiasi telegiornale una trasmissione “ricevibile”. Immaginiamo, a esempio, lo stesso tg3 in cui è stata data la notizia della quale si parla. Se ogni altra informazione fosse stata data con la stessa freddezza e aridità, probabilmente il pubblico calabrese avrebbe cambiato immediatamente canale. Evidentemente, più che mostrare un certo sollievo e soddisfazione per come il processo si era concluso, ha prevalso un macroscopico imbarazzo. Bisognerebbe capire a cosa – questo imbarazzo – possa essere attribuito. Qui ognuno può fare la sua ipotesi. Ecco perché, oltre a non usare la locuzione “innocenza”, nella frase citata in incipit, avrei evitato di mettere in gioco anche quella di “amico”.

    Il punto non è se Pino Nano abbia avuto o no amici veri (perché nulla costa dichiararlo, soprattutto nella società calabrese) – e se ne abbia avuti da vicino – perché il concetto è sempre molto aleatorio e ogni giorno di più gli amici si individuano attraverso parametri occasionali e opportunistici. Nessuno può stabilire se esistano gli amici veri; semmai – prendendo spunto da questa occasione – sarebbe bello capire (ma è impossibile) quanti si ritengano amici nei momenti sgradevoli a chi ci sta vicino, che è più difficile da stabilire, perché l’ipocrisia è sempre la madre di ogni comunicazione.

    Nonostante questi appunti e nonostante abbia meglio parlato il linguaggio del corpo nel comunicare al tg3 Calabria la bella notizia che ha riguardato Pino Nano, oggi tutti saltano – credo – sul carro del vincitore con telefonate e manifestazioni plateali di amicizia. Ma bisognerebbe discriminare e fare un’analisi semiotica che se da un lato non sarebbe difficile, dall’altro non potrebbe esserci un’evidenza sperimentale. E allora hanno tutti ragione. In questi anni, in tanti hanno lanciato messaggi e adoperato un linguaggio latente di singolare ipocrisia verso Pino Nano il quale (linguaggio), interpretato attraverso i segni, per molti aveva solo un’aria compensativa e non amichevole. Per aver assistito a qualche occasione eloquente e letto anche espressioni piuttosto ambigue, questo è il concetto che mi sono fatto e che in 602 parole pubblico nel presente blog.

    Rocco Turi, Budapest