• Palmyra no problem

    Chi ricorda l’Iliade sa che i greci parlavano di caducità delle foglie al primo alito di vento. In fisica, il postulato di Lavoisier dice che nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Chi guarda la vita a distanza, nota il temporaneo transito dell’esistenza umana; nulla è permanente, neppure l’opera d’arte.
    Oggi si è fatto un gran parlare di Palmyra; ciò che esiste realmente a Palmyra o di Palmyra nei musei è qualcosa di infinitesimale, rispetto alla sua storia risalente a duemila anni a.C. che passa dagli assiri, i greci, i romani, cambia nome, viene più volte dimenticata per lunghi periodi, secoli di oblio e ricomparsa. Questo è il senso del tempo. Vedi il Machu Picchu, l’Isola di Pasqua. Pompei non è ciò che era e i muri non crollano solo per colpa della politica e dell’incuria. L’architettura romana sparsa per l’Impero è poca cosa rispetto alle origini. Tutto è passato e tutto passa attraverso la logica del tempo, gli eventi naturali, le mode, le contese, le guerre, i terremoti. I siti romani in Italia e nel resto dell’Europa sono coperti da metri di sedimenti e fondiglio o sono introvabili, altri sono stati distrutti. In altri casi esistono opere d’arte impalpabili e i ghiacci scolpiti nel nord della Siberia. Rivolgendosi per gioco a un amico artista, un geniale critico d’arte lo invitò a “piazzare” le sue opere “altrimenti si sfaldano”.

    In ogni epoca esistono gli Attila, i predoni e la caducità del tempo.

    Tante opere d’arte resistono al tempo come forme di selezione naturale, altre decadono per cause intrinseche. Ho conosciuto importanti artisti del legno che amano esporre le opere all’aperto e ho visitato città che esibiscono i loro fragili monumenti negli spazi esterni. Gli Székelykapuk della Transilvania. All’obiezione tutta italiana se non dispiaccia che le opere delicate subiscano l’incuria del tempo, la risposta è stata coniugata nel “everything passes”; qualcosa dura più, altre meno, ma tutto passa. Anche i musei fanno le loro selezioni. Ho visto una collezione di reliquari del ’600 irrimediabilmente tarlati.
    D’altra parte, rispetto alle vecchie notizie, a Palmyra alcuni reperti sono stati distrutti dalle situazioni in progress di questa epoca ma tanti ancora sono intatti.

    Rimane la memoria; quella sì – è indelebile. Le stesse statue dei Buddha di Baniyan, nella via della seta in Afghanistan, sono rimaste nella memoria, così come tante altre opere entrate nella leggenda.

    In questa ottica, l’espressione di Vittorio Sgarbi “Quello che è stato fatto a Palmyra rimane una delle cose più tristi e terribili dell’umanità” al Tg5 di questa mattina, andrebbe osservata in senso lato come fase degli “eventi naturali” dell’umanità.

    Rocco Turi